Back to overview

thorns and roses

L’Ombra e il Sorriso

Il crepuscolo a Velaris non era mai una fine, ma un invito. Mentre il cielo si tingeva di un viola profondo, striato di indaco e oro, Claris si trovava sul tetto della Casa del Vento, in attesa. Il vento le sferzava i capelli dorati, ora tornati lucidi e pieni, intrecciati in una complessa acconciatura che Mor le aveva imposto quella mattina.

Un battito d’ali quasi impercettibile annunciò il suo arrivo. Azriel atterrò con la grazia di un predatore notturno, le sue ombre che già si allungavano verso Claris come dita curiose.

— Sei in ritardo, Cantore delle Ombre — esclamò lei senza voltarsi, un sorriso furbo che le danzava sulle labbra. — Comincio a pensare che la tua leggendaria puntualità sia solo un mito per spaventare i nemici.

Azriel si avvicinò, rimanendo a pochi passi di distanza. Il suo volto era, come sempre, una maschera di calma imperturbabile. — Le ombre hanno sentito qualcosa di interessante nei pressi del porto. Mi ha trattenuto.

Claris si voltò, incrociando le braccia al petto. — Oh, certo. Sempre una scusa pronta. Scommetto che eri solo impegnato a fissare il vuoto con quell'aria malinconica che ti riesce così bene. Ti eserciti davanti allo specchio o ti viene naturale?

Le ombre di Azriel sussultarono, un segno che Claris aveva imparato a leggere come una risata soffocata. Lui non rispose subito, limitandosi a estrarre Verità dal fodero e a controllarne il filo.

— La tua lingua è diventata più affilata della tua magia, Claris — disse lui con un tono che avrebbe potuto essere scambiato per severità, se non fosse stato per la scintilla nei suoi occhi nocciola.

— Qualcuno deve pur tenerti sveglio, Azriel. Altrimenti finiresti per fonderti con le pareti e sparire del tutto. E ammettilo: ti mancherei se non ci fossi io a stuzzicarti.

Lui sollevò lo sguardo, fissandolo nel suo. — Mi mancherebbe il rumore, forse.

Claris rise, una risata limpida che sembrò far vibrare l’aria fresca della sera. — Bugiardo. Ti piace vedermi sorridere. È la tua piccola vittoria quotidiana.

Azriel non lo negò. Invece, fece un cenno verso il centro del tetto. — Meno chiacchiere. Fammi vedere come controlli il richiamo stasera. Non voglio che tu faccia esplodere di nuovo un camino.

Claris si posizionò, chiudendo gli occhi. Invece di combattere l’oscurità dentro di lei, come aveva fatto per mesi, la chiamò dolcemente. La magia nera, un tempo un mostro urlante, rispose come un gatto che fa le fusa. Sotto la guida di Azriel, aveva imparato che quella forza non era un’infezione, ma un’estensione della sua volontà.

Un velo di nebbia scura iniziò a scorrere dalle sue dita, intrecciandosi con le ombre di Azriel. Non c’era scontro, solo una danza fluida.

— Bene — mormorò lui, camminandole intorno. — Senti il peso?

— È leggero come seta — rispose lei, aprendo gli occhi. La sua magia ora brillava di una luce opaca, come fumo sotto la luna. — Mi sento... intera, Az.

— Lo sei sempre stata. Avevi solo bisogno di smettere di guardarti attraverso gli occhi di Tamlin o di Amarantha.

Il nome della Regina non le fece più male. Era solo un fatto, una cicatrice che faceva parte della sua storia. Claris sciolse l’incantesimo e si avvicinò a lui, finché non poté sentire il calore che emanava dal suo corpo imponente.

— Sai, Azriel — disse lei, abbassando la voce — tutti dicono che sei l’uomo più pericoloso di Prythian. Ma io penso che tu sia solo un gran sentimentale sotto tutta quella pelle e metallo.

Azriel inarcò un sopracciglio. — Un sentimentale? Ho torturato persone per secoli, Claris.

— E io ho mangiato pane secco e fango per anni, eppure eccomi qui a indossare sete e a bere vino pregiato. Il passato non definisce il presente. Tu sei l'unica persona che non mi ha mai chiesto di essere "normale". E per questo, potrei persino decidere di non prenderti più in giro per i prossimi... cinque minuti.

— Una tregua generosa — rispose lui, e per la prima volta, un accenno di vero sorriso gli increspò le labbra. Fu un momento fugace, ma per Claris valse più di tutto l’oro di Velaris.

— Andiamo giù — disse lei, prendendolo per la manica della giacca. — Mor ha promesso che stasera non ci sarebbero stati discorsi politici o addestramenti. Solo noi.

— Rhysand non è bravo a mantenere queste promesse — commentò Azriel, ma la seguì senza opporre resistenza.

Mentre scendevano verso il salone principale della Casa del Vento, il suono di risate e musica li accolse. L’atmosfera era calda, intrisa del profumo di legna di cedro e spezie.

Rhysand era spaparanzato su uno dei grandi divani di velluto scuro, con la testa appoggiata sulle ginocchia di Feyre. Lei gli stava accarezzando distrattamente i capelli neri mentre leggeva un libro, un’immagine di pace domestica che Claris non si stancava mai di osservare.

— Ah, ecco la mia bestiolina preferita e il suo ombroso custode — esclamò Rhysand, aprendo un occhio violaceo quando li vide entrare.

Claris gli fece una smorfia, sedendosi su una poltrona vicina. — Se mi chiami ancora una volta così, Rhys, giuro che userò la mia nuova magia per tingerti le ali di un rosa confetto mentre dormi.

Rhysand scoppiò a ridere, un suono ricco e genuino. — Oh, mi piacerebbe vederti provare. Ma devo ammettere, Claris, che i tuoi progressi sono impressionanti. Le spie mi riferiscono che persino Cassian sta iniziando a temere i tuoi pugnali.

— Temere? — intervenne Cassian, entrando nella stanza con un vassoio pieno di calici e una bottiglia di vino. — Quella ragazza è un demone travestito da angelo biondo. Mi ha quasi fatto lo sgambetto oggi pomeriggio durante l’allenamento.

— Quasi? — lo stuzzicò Claris, accettando un bicchiere di vino. — Ti ho visto barcollare, Cassian. Ammettilo davanti a tutti: sono stata più veloce di te.

Cassian scosse la testa, sedendosi a terra accanto al camino, dove Mor era già rannicchiata tra una montagna di cuscini. — È stata fortuna. La prossima volta non sarò così gentile.

— Non sei mai gentile — ribatté Mor, lanciandogli un acino d’uva. — Sei solo un grosso bruto che non sa perdere. Claris, vieni qui. Dimmi che non hai intenzione di passare tutta la serata a parlare di combattimenti con questi due zucconi.

Claris scivolò giù dalla poltrona e si sedette accanto a Mor, sentendosi finalmente parte di quel cerchio magico. Non c’erano più barriere, né il senso di inadeguatezza che l’aveva perseguitata all’inizio. Guardò Feyre, che le rivolse un sorriso radioso, un tacito riconoscimento del legame che le univa ancora, più forte di qualsiasi trauma.

— Stasera niente allenamenti — decretò Feyre, chiudendo il libro. — Stasera voglio solo sentire le storie imbarazzanti di quando Rhys e Cassian erano giovani e convinti di essere i guerrieri più affascinanti del mondo.

— "Convinti"? — si finse offeso Rhysand. — Lo eravamo. E lo siamo ancora. Vero, Az?

Azriel, che si era posizionato nell’ombra vicino alla finestra, come suo solito, si limitò a un cenno del capo, ma il suo sguardo indugiò su Claris. Lei gli fece l’occhiolino, e lui non distolse lo sguardo.

La serata passò tra racconti incredibili, scherzi e un calore che Claris non aveva mai conosciuto nemmeno nel suo villaggio umano. Lì, tra quelle creature millenarie e potenti, si sentiva più sicura di quanto non fosse mai stata tra i suoi simili.

A un certo punto, Amren entrò nella stanza, osservando la scena con il suo solito distacco regale. Si avvicinò a Claris e, con un gesto inaspettato, le scompigliò i capelli.

— Non sei più l’uccellino spaventato che è arrivato qui, ragazza — disse Amren, la voce simile al fruscio di carta antica. — C’è dell’acciaio in te ora. Cerca di non sprecarlo.

— Non lo farò, Amren — rispose Claris, sentendo un orgoglio sincero gonfiarle il petto.

Più tardi, mentre la legna nel camino scoppiettava e la conversazione si faceva più lenta e pacata, Claris si ritrovò a osservare i suoi amici. Rhys e Feyre che sussurravano tra loro, persi nel loro mondo; Cassian e Mor che bisticciavano per l’ultima fetta di torta; e Azriel, la sua ancora, che vegliava su tutti loro dal suo angolo silenzioso.

Si rese conto che l’ambizione che l’aveva sempre guidata non era sparita, ma era cambiata. Non voleva più solo sopravvivere o vedere il mondo oltre il Muro. Voleva proteggere quella famiglia stramba e ferita. Voleva essere la luce per chi, come Azriel, passava troppo tempo nelle ombre, e l’ombra per chi, come Feyre, era stato bruciato da troppa luce.

Si alzò e si avvicinò ad Azriel, offrendogli il suo bicchiere di vino.

— A cosa pensi? — gli chiese sottovoce.

Lui bevve un sorso, i suoi occhi che riflettevano le fiamme del camino. — Penso che Velaris sia fortunata ad averti, Claris Vaelor.

— E io penso che tu stia diventando troppo sdolcinato — ribatté lei, ma questa volta non c’era traccia di scherno, solo un affetto profondo. — Vieni a sederti con noi, Az. Il mondo non crollerà se lasci la tua finestra per dieci minuti.

Lui esitò, poi, spinto da un leggero tocco della mano di lei sulla sua, si mosse verso il divano. Quando si sedette accanto a lei, il cerchio fu completo.

Claris appoggiò la testa sulla spalla di Azriel, chiudendo gli occhi. La magia nera dentro di lei era calma, in armonia con il battito del cuore dell’uomo accanto a lei. Non era più una prigioniera, non era più un esperimento, e non era più solo un’umana smarrita.

Era Claris, una Fae della Corte della Notte, e quella era la sua prima, vera serata in famiglia. Mentre le risate dei suoi amici continuavano a riempire la stanza, lei capì di aver finalmente trovato quello che cercava da quando aveva messo piede nelle terre fatate. Non era un tesoro, né un potere immenso.

Era un posto dove poter essere se stessa, con tutte le sue cicatrici e la sua oscurità, e sapere che sarebbe stata amata non nonostante esse, ma proprio per esse. E in quella certezza, Claris Vaelor splendette più di qualsiasi stella nel cielo di Velaris.