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thorns and roses

Seta, Sangue e Sospiri

Il mattino a Velaris aveva un sapore diverso da quando Mor aveva deciso che Claris non era più un ospite da gestire, ma la sua controparte spirituale. La loro amicizia non era nata sotto i migliori auspici; nei primi tempi, Claris trovava Mor eccessivamente solare, quasi accecante nella sua vitalità, mentre Mor vedeva in Claris una creatura troppo guardinga, un riflesso specchiato del proprio passato traumatico che non voleva affrontare. Ma il fastidio si era trasformato in curiosità, e la curiosità in una lealtà feroce.

Erano diventate inseparabili. Camminavano per le strade della città fianco a fianco, i capelli dorati di Claris che si intrecciavano visivamente con quelli biondi e luminosi di Mor. Spesso, dopo notti passate a bere vino e a raccontarsi segreti che nemmeno Rhysand conosceva, Claris finiva per addormentarsi nel grande letto di Mor, cercando il calore di un corpo amico per scacciare gli ultimi residui degli incubi Sotto la Montagna.

— Se continui a guardare Azriel in quel modo mentre ti alleni, Cassian finirà per farsi colpire solo per la distrazione — mormorò Mor una mattina, mentre aiutava Claris a stringere i lacci del corpetto di cuoio.

Claris si irrigidì, fissando il proprio riflesso nello specchio. — Non so di cosa tu stia parlando. Mi sto solo concentrando sulla parata.

Mor scoppiò in una risata cristallina, appoggiando il mento sulla spalla dell'amica. — Oh, per favore. Sei onesta su tutto, Claris, tranne che su questo. Le ombre di Azriel praticamente ti fanno la corte ogni volta che entri in una stanza. E tu... tu risplendi in un modo che non è solo merito del sole di Velaris.

Claris sospirò, voltandosi. — È complicato, Mor. Lui è... Azriel. Non credo nemmeno che sappia cosa significhi "fare la corte". E poi, Rhys mi ha raccontato quella storia assurda sull'apertura alare degli Illyrian e su come questo influenzi certi... talenti.

Mor inarcò un sopracciglio, un sorriso malizioso che le illuminava il volto. — Ah, quindi il Signore Supremo ha spifferato i segreti dei suoi fratelli. Ti ha detto che il nostro cupo Cantore delle Ombre è, tecnicamente parlando, il più dotato?

Claris arrossì violentemente, il calore che si diffondeva fino alla punta delle orecchie. — Ha accennato al fatto che sia il più forte a letto, sì. Ma non è per quello! È solo che... quando mi sfiora per correggere la mia posizione con il pugnale, sento come se la mia magia nera volesse fondersi con la sua. È un richiamo che non riesco a spiegare.

— Allora smettila di spiegare e inizia a provocare — suggerì Mor con un occhiolino. — Se vuoi vedere cosa si nasconde dietro quegli scudi impenetrabili, devi dargli un motivo per abbassarli.

Quasi per sfida, quel pomeriggio Claris scelse un abbigliamento che non aveva nulla a che fare con la praticità del campo di addestramento. Indossava una tunica di seta leggera, di un azzurro così pallido da sembrare quasi bianco, con spacchi laterali che arrivavano alle cosce e una scollatura profonda sulla schiena che lasciava intravedere la pelle diafana. Non portava scarpe; amava sentire il contatto con la pietra calda del campo Illyrian.

Quando arrivò sulla pedana d'allenamento, Cassian si strozzò con un sorso d'acqua.

— Claris, che diavolo... non puoi allenarti vestita così. Al primo affondo resterai nuda — esclamò il generale, cercando goffamente di non guardare troppo.

— Non ho intenzione di fare affondi oggi, Cassian — rispose lei con un sorriso smagliante, camminando con una grazia studiata verso l'angolo dove Azriel stava controllando le sue daghe. — Ho intenzione di lavorare sull'equilibrio e sulla percezione. Azriel ha detto che le ombre si muovono meglio quando il corpo è rilassato.

Azriel sollevò lo sguardo. Per un istante, il tempo sembrò fermarsi. Le sue ombre, solitamente composte, ebbero un sussulto violento, espandendosi intorno a lui come fumo nero in una tempesta. I suoi occhi nocciola percorsero lentamente la figura di Claris, soffermandosi sulla curva del collo e sulla pelle scoperta delle braccia.

— Sei... — Azriel si schiarì la voce, un suono roco che non gli apparteneva. — Sei in ritardo.

— Mi stavo facendo bella per te, Cantore delle Ombre — rispose lei, avvicinandosi finché il profumo di gelsomino e cannella della sua pelle non si mescolò a quello di pioggia e nebbia di lui. — Non ti piace?

Azriel rinfoderò il pugnale con un gesto secco. — È pericoloso. Le tue ali... cioè, i tuoi movimenti saranno limitati.

Claris ridacchiò, facendo un passo ancora più vicino. — Non ho ali da proteggere, Azriel. Solo sensi da affinare. Fammi vedere la posizione di difesa che abbiamo provato ieri.

Lui esitò. Sapeva che era una trappola, sentiva la provocazione nell'aria, ma la sua dedizione al suo ruolo di maestro era l'unico scudo che gli restava. Si posizionò dietro di lei, sollevando le mani guantate.

— Allarga i piedi — ordinò, la voce bassa.

Claris obbedì, ma lo fece con una lentezza esasperante, sentendo il calore del petto di Azriel contro la propria schiena. La seta sottile della tunica non offriva alcuna protezione contro la sensazione della sua presenza massiccia.

— Più stabilità — disse lui, e questa volta le sue mani si posarono sui suoi fianchi per correggerne l'angolazione.

Il contatto fu elettrico. Claris sentì le dita di Azriel premere contro la seta, e per un istante la pressione aumentò, come se lui non riuscisse a trattenersi. Le ombre di Azriel iniziarono a danzare intorno alle caviglie nude di Claris, sfiorandole la pelle con la delicatezza di un sospiro.

— Così? — chiese lei, voltando leggermente il capo. Le sue labbra erano a pochi centimetri da quelle di lui.

Azriel non si ritrasse. Il suo respiro era corto, irregolare. — Sì. Così.

— Rhys mi ha parlato di voi Illyrian — sussurrò lei, la voce che era poco più di un soffio. — Mi ha detto che siete creature di estremi. Grande violenza e grande... passione.

Le mani di Azriel scivolarono dai fianchi di lei verso la sua vita, attirandola impercettibilmente più vicina. — Rhys parla troppo.

— Eppure mi è sembrato molto sincero. Mi ha detto che sei il più forte di tutti. Non solo con la spada.

Azriel chiuse gli occhi per un istante, appoggiando la fronte contro la nuca di lei. Era un gesto di resa, una crepa nel muro di granito che si era costruito intorno al cuore. — Claris, non giocare con il fuoco. Non sai cosa potresti scatenare.

— E se volessi proprio questo? — ribatté lei, voltandosi tra le sue braccia. Ora erano l'uno di fronte all'altra. Gli spacchi della tunica si aprirono, rivelando le gambe toniche di lei che sfioravano i pantaloni di pelle di lui. — Se volessi vedere il mostro di cui parli tanto? Perché io non vedo un mostro, Az. Vedo l'unico uomo che mi ha permesso di essere me stessa quando tutto il mondo voleva che fossi qualcun altro.

Azriel sollevò una mano, sfiorandole la guancia con il pollice. Il guanto di pelle era ruvido, ma il tocco era di una tenerezza straziante. — Sei una tempesta, Claris Vaelor. E io ho passato la vita a cercare di sopravvivere alle tempeste, non a cavalcarle.

— Allora smetti di sopravvivere — disse lei, prendendo la sua mano e portandosela alle labbra, baciando il palmo guantato. — Inizia a vivere. Con me.

In quel momento, Cassian, che stava osservando la scena con un misto di imbarazzo e divertimento dal bordo del campo, tossì sonoramente.

— Se avete finito di scambiarvi promesse di matrimonio o di distruzione totale, avremmo una guerra imminente da preparare — esclamò il generale, sebbene il suo tono fosse privo di vera cattiveria.

Azriel si riscosse, facendo un passo indietro e riacquistando la sua compostezza abituale, anche se le sue ombre continuavano a vibrare di un'energia inquieta. Claris gli rivolse un ultimo sguardo di sfida, un sorriso vittorioso sulle labbra. Sapeva di aver segnato un punto. Sapeva che, nonostante la sua riservatezza, Azriel era stato scosso fin nel profondo.

Quella sera, Claris tornò nella stanza di Mor. Si gettò sul letto immenso, ridendo tra i cuscini di seta.

— Com'è andata? — chiese Mor, entrando con due calici di vino e un'espressione impaziente.

— Penso di aver rotto il Cantore delle Ombre — rispose Claris, accettando il vino. — Se avessi aspettato un altro minuto, credo che mi avrebbe baciata davanti a tutta la legione.

Mor si sedette accanto a lei, gli occhi che brillavano. — Te l'avevo detto. Azriel è come un vulcano sotto la neve. Una volta che inizi a scavare, trovi solo fuoco. Ma stai attenta, Claris. Quell'uomo non sa amare a metà. Se gli dai il tuo cuore, lo terrà con una morsa che non si scioglierà mai.

— Lo spero — sussurrò Claris, improvvisamente seria. — Perché non voglio più niente che sia a metà.

Dormirono insieme quella notte, rannicchiate l'una contro l'altra come avevano fatto tante volte. Ma per Claris, il sonno non portò la solita pace. Sognò ali nere che la avvolgevano, sognò mani forti che la sollevavano sopra le nuvole di Velaris, e sognò una voce che le prometteva che l'oscurità non sarebbe mai più stata un luogo di solitudine.

Nei giorni successivi, l'atmosfera al campo Illyrian cambiò. Azriel non cercò di evitarla, ma il suo modo di addestrarla divenne più intenso, quasi febbrile. Ogni correzione della postura, ogni sfioramento accidentale era carico di una tensione sessuale così densa da poter essere tagliata con un pugnale. Claris continuava la sua guerra di logoramento, indossando abiti che mettevano alla prova la sanità mentale di Azriel e rivolgendogli sguardi che promettevano tutto ciò che lui non osava chiedere.

Una sera, mentre il sole stava tramontando dietro le montagne, lasciando Velaris immersa in una luce dorata e malinconica, Claris trovò Azriel da solo sulla balconata della Casa del Vento. Stava fissando le stelle che iniziavano a spuntare, le ali leggermente distese per catturare la brezza serale.

— Rhys dice che le stelle qui sono diverse da qualsiasi altro posto — disse lei, avvicinandosi silenziosamente.

— Sono le stesse stelle, Claris — rispose lui senza voltarsi. — È solo il modo in cui le guardiamo che cambia.

Claris si appoggiò alla balaustra accanto a lui. Indossava un abito da sera nero, con una scollatura che arrivava quasi alla vita sulla schiena, lasciando scoperta la pelle che Azriel aveva imparato a desiderare con un'intensità che lo spaventava.

— E tu come le guardi, Azriel? — chiese lei, voltandosi verso di lui.

Lui si voltò finalmente. La luce della luna calante colpì il suo volto, accentuando le linee dure della sua mascella e la profondità dei suoi occhi. — Le guardo come qualcosa di irraggiungibile. Qualcosa di bello che appartiene al cielo, mentre io appartengo alla terra e al sangue.

Claris tese la mano, sfiorandogli la guancia, questa volta senza guanti. La pelle di Azriel era calda, viva. Lui sussultò al contatto, ma non si ritrasse.

— Non sei fatto solo di sangue e terra, Azriel — disse lei, la voce dolce ma ferma. — Sei fatto di ombre che proteggono, di silenzi che ascoltano e di una forza che non ha bisogno di essere gridata. E io non sono una stella irraggiungibile. Sono qui. Davanti a te. E sono stanca di aspettare che tu smetta di aver paura di me.

Azriel emise un suono che era a metà tra un sospiro e un gemito. Le sue ombre esplosero intorno a loro, chiudendo il mondo esterno in un bozzolo di oscurità impenetrabile. In quel buio privato, lui fece un passo avanti, invadendo lo spazio di lei.

— Se ti tocco, Claris... se inizio davvero a toccarti, non sarò in grado di fermarmi — avvertì lui, la voce vibrante di una passione contenuta per troppo tempo. — Non sono un uomo gentile quando desidero qualcosa. Sono un Illyrian. Sono un guerriero. E ti voglio in un modo che rasenta la follia.

Claris gli sorrise, un sorriso di pura, onesta accettazione. — Allora sii un guerriero, Azriel. Sii il mostro, sii il fuoco, sii tutto quello che sei. Perché io non sono una vittima. Sono la donna che ha attraversato il Muro per trovare la sua vita, e l'ho trovata qui. Con te.

Lui non aspettò oltre. La sua bocca cercò quella di lei con una ferocia che le tolse il respiro. Non era un bacio gentile; era una rivendicazione, un'esplosione di desiderio che era stato represso per secoli. Le mani di Azriel, segnate dalle cicatrici, si immersero nei capelli dorati di lei, stringendoli con una forza che la fece sussultare di piacere.

Claris rispose con la stessa intensità, le sue braccia che si allacciavano intorno al collo di lui, attirandolo ancora più vicino, se fosse stato possibile. Sentì la durezza del suo corpo contro il proprio, la potenza delle sue ali che si aprivano leggermente dietro di lui, creando un riparo sicuro contro il resto del mondo.

In quel momento, nel silenzio stellato di Velaris, Claris capì che tutto ciò che Rhys aveva detto era vero. Azriel era una forza della natura, un abisso di passione e dedizione che avrebbe potuto distruggerla o elevarla a nuove vette. E lei, con la sua ambizione e il suo coraggio, era pronta a tuffarsi in quell'abisso a testa alta.

Mentre le ombre li avvolgevano completamente, nascondendoli agli sguardi del mondo, Claris Vaelor seppe di aver finalmente vinto la sua battaglia più difficile. Non aveva solo trovato un posto a corte; aveva trovato l'anima gemella che danzava con la sua oscurità, l'uomo che l'avrebbe amata tra le rovine e tra le stelle.

E mentre Azriel la sollevava, portandola verso l'interno della casa con una determinazione che non ammetteva repliche, Claris si lasciò andare, sapendo che quella notte non ci sarebbero stati segreti, né muri, né paure. Solo loro due, uniti in un legame che nemmeno il tempo o la guerra avrebbero mai potuto spezzare. La ragazza del villaggio era diventata la regina delle ombre, e il suo regno era iniziato tra le braccia del Cantore delle Ombre.