what’s behind the stars
L’Eclissi del Rubino e il Canto del Sidra
Velaris di notte era un incantesimo a occhi aperti. Il fiume Sidra rifletteva le luci della città come se fossero diamanti gettati nell’acqua scura, e l’aria profumava di gelsomino, cedro e quella sottile, inebriante libertà che Rebekah non smetteva mai di assaporare. Camminava da sola, avvolta in un mantello di seta blu notte che nascondeva appena un abito leggero color crema. Aveva bisogno di solitudine. Il potere solare dentro di lei quel giorno era stato particolarmente irrequieto, una marea montante che le faceva prudere i palmi delle mani e le scaldava il sangue oltre il limite della sopportazione.
Feyre era rimasta alla Casa del Vento con Rhys, immersa nei suoi dipinti, e i ragazzi erano impegnati chissà dove. Rebekah aveva vagato per il quartiere degli artisti, lasciandosi guidare dal brusio della vita notturna, finché i suoi passi non l’avevano condotta davanti a un’insegna che conosceva solo per fama: Rita’s.
Il locale era il cuore pulsante del divertimento di Velaris. Musica ritmata, risate fragorose e il profumo pungente di vino forte e corpi in movimento ne uscivano a ondate. Rebekah esitò solo un istante, aggiustandosi i lunghi capelli dorati sulle spalle, poi entrò. Voleva perdersi nella folla, voleva essere solo una Fae tra le tante, non la "protetta di Rhysand" o la "sopravvissuta Sotto la Montagna".
L’interno era un turbine di colori e calore. Ma non fu la folla ad attirare la sua attenzione. Fu una chioma bionda, quasi identica alla sua, che brillava sotto le luci soffuse del bancone.
Morrigan.
Rebekah si irrigidì, pronta a girare i tacchi per evitare l’ennesimo scontro verbale, ma qualcosa la bloccò. Mor non era sola. Era appoggiata pesantemente al bancone, un calice di vino rosso scuro in mano, e stava parlando a pochi centimetri dal viso di una Fae bellissima, dai capelli corvini e la pelle color ambra.
Non era una conversazione amichevole. Mor si muoveva con una sensualità predatrice, una mano appoggiata sul bancone che circondava la vita della sconosciuta, mentre le sussurrava qualcosa all’orecchio che fece arrossire violentemente l’altra donna. C’era un’intensità carnale nello sguardo di Mor, una fame che Rebekah non le aveva mai visto addosso quando parlava con Cassian o Azriel.
Poi successe. Mor si sporse e sfiorò con le labbra il collo della bruna, un gesto così carico di desiderio che Rebekah sentì un brivido percorrerle la schiena. In quel momento, come se avesse percepito un’intrusione nel suo spazio, Mor sollevò lo sguardo.
I suoi occhi dorati, solitamente taglienti come lame, erano velati da una nebbia di alcol e qualcos’altro. Quando misero a fuoco Rebekah, la sorpresa lampeggiò sul suo volto, seguita da un sorriso che non somigliava a nulla di ciò che Rebekah aveva visto finora. Era un sorriso languido, pericoloso e incredibilmente invitante.
Mor si staccò bruscamente dalla Fae bruna, che rimase lì a guardarla confusa, e barcollò leggermente verso Rebekah. La grazia felina della Morrigan era stata sostituita da un’instabilità che tradiva quanto avesse bevuto.
— Ma guarda un po’ — esclamò Mor, la voce roca e strascicata. — La piccola luce dorata è uscita a giocare nel buio.
Rebekah incrociò le braccia al petto, cercando di mantenere la sua solita maschera di ironia, nonostante il cuore avesse iniziato a battere più forte. — Sei ubriaca fradicia, Mor. Rhys si chiederà dove sei finita.
Mor arrivò a un passo da lei. L’odore di vino e agrumi la circondava. Invece di rispondere con un insulto, Mor allungò una mano e prese una ciocca dei capelli di Rebekah, arrotolandola lentamente intorno alle dita.
— Rhys si chiede troppe cose — sussurrò Mor, avvicinandosi così tanto che Rebekah poteva sentire il calore del suo corpo. — E tu... tu sei troppo luminosa, Rebekah. Mi dai fastidio agli occhi. Ma sei così bella che fa quasi male.
Rebekah rimase immobile, il fiato corto. — Mor, non sai quello che dici. Torniamo a casa.
— Non voglio tornare a casa — ribatté Mor, facendo scivolare la mano dai capelli alla guancia di Rebekah. Il tocco era caldo, quasi febbrile. — Voglio restare qui. Con te. Lo sai che sei molto più interessante di quella ragazza al bancone? Lei è... banale. Tu invece bruci. Mi piace chi brucia.
Mor si chinò, il suo viso a un soffio da quello di Rebekah. La sua intenzione era chiara, inequivocabile. In quel momento, tutte le tessere del puzzle che Rebekah aveva cercato di comporre nelle ultime settimane andarono al loro posto. L’asprezza di Mor, la sua difesa strenua, il modo in cui evitava certi argomenti... non era solo il passato a tormentarla. Era un segreto che portava nel cuore della sua identità. A Mor piacevano le donne. E lo stava gridando al mondo attraverso la nebbia dell’alcol, proprio a lei, la persona che sosteneva di odiare di più.
— Mor, fermati — disse Rebekah, mettendo le mani sulle spalle della bionda per tenerla a distanza. Non era un rifiuto dettato dal disgusto, ma dalla consapevolezza che Mor non era in sé. — Non qui. Non così.
Mor ridacchiò, un suono basso e vibrante, e cercò di premersi contro di lei. — Perché no? Hai paura, piccola luce? Hai paura di quello che potrei farti?
— Ho paura che domani ti pentirai di ogni singola parola — rispose Rebekah con fermezza.
Con uno sforzo di volontà, Rebekah le passò un braccio intorno alla vita per sostenerla. Mor era pesante, la sua testa ricadde sulla spalla di Rebekah. La Fae bruna al bancone le guardava con un misto di sollievo e irritazione.
— È con me — disse Rebekah alla donna, con un tono che non ammetteva repliche. — Ci pensio io.
Uscire dal Rita’s fu un’impresa. Mor continuava a ridacchiare, mormorando frasi sconnesse all’orecchio di Rebekah, alternando morsi scherzosi sulla spalla a lamentele sul fatto che "la strada si muoveva troppo".
L’aria fresca della notte sembrò aiutare leggermente, ma Mor era ormai oltre il limite. Rebekah decise di non chiamare Rhys o Azriel. Sapeva istintivamente che Mor non avrebbe mai voluto che la vedessero così vulnerabile, così "scoperta".
Usando una scorciatoia tra i vicoli che portava verso la salita della Casa del Vento, Rebekah la guidò con pazienza. Mor si fermò di colpo vicino a una fontana, guardando Rebekah con un’improvvisa, straziante lucidità.
— Tu mi odi, vero? — chiese Mor, le lacrime che iniziavano a rigare il trucco perfetto. — Tutti mi odiano se restano abbastanza a lungo.
— Io non ti odio, Morrigan — rispose Rebekah, pulendole una lacrima con il pollice. — Ti trovo insopportabile, questo sì. Ma l’odio è un’altra cosa. L’odio è quello che abbiamo lasciato Sotto la Montagna.
Mor scosse la testa, i capelli dorati che le coprivano il viso. — Tu non capisci. Io sono... io sono sbagliata per loro. Per la mia famiglia. Per tutti.
— Non sei sbagliata — sussurrò Rebekah, stringendola più forte. — Sei solo stanca di recitare una parte.
Dopo quella che sembrò un’eternità, riuscirono a raggiungere la Casa del Vento. Rebekah la portò sù per le scale di servizio, evitando le stanze comuni. Quando entrarono nella camera di Mor, l’odore di lavanda e libri antichi le accolse. Rebekah aiutò Mor a sedersi sul letto, poi si inginocchiò per sfilarle gli stivali eleganti.
Mor la guardava in silenzio, la sua aggressività svanita, sostituita da una fragilità che fece stringere il cuore di Rebekah. La Verità della Morrigan, il suo potere, sembrava essersi ritorto contro di lei, lasciandola nuda davanti a una straniera.
— Resta — mormorò Mor, mentre Rebekah la aiutava a stendersi sotto le coperte di seta. — Per favore. Non lasciarmi sola con i mostri.
Rebekah esitò, poi si sedette sul bordo del letto. Prese la mano di Mor tra le sue. — Non vado da nessuna parte. Dormi, Mor.
— Sei così calda — sospirò Mor, chiudendo gli occhi. — Come il sole che non vedevo mai nelle prigioni dei miei padri. Mi dispiace di essere stata cattiva con te. È solo che... quando ti guardo, vedo tutto quello che avrei voluto essere.
— Sei già tutto quello che devi essere — rispose Rebekah, iniziando a accarezzarle i capelli con gesti lenti e ritmici.
Rebekah continuò a parlarle a bassa voce, raccontandole storie insignificanti della sua vita prima della nebbia, di come amava correre nei campi di grano e di come, anche allora, sentisse che il mondo era troppo piccolo per lei. Parlò finché il respiro di Mor non divenne profondo e regolare, finché la tensione non abbandonò definitivamente il corpo della Fae Maggiore.
Solo allora Rebekah si permise di rilassarsi. Guardò il viso di Mor nel sonno: senza la maschera di asprezza, sembrava quasi una bambina, bellissima e tragica.
Un pensiero le sfiorò la mente, facendola arrossire nell’oscurità della stanza. Mor ci aveva provato con lei. Non era stato solo l’alcol; era stata un’attrazione autentica, per quanto distorta dal momento. E Rebekah, con sua grande sorpresa, si accorse di provare un brivido di piacere a quel pensiero. Non era disgustata. Al contrario, sentiva una strana, elettrizzante soddisfazione nel sapere di aver scosso così profondamente le fondamenta della Morrigan.
"Quindi è questo il tuo segreto, Mor," pensò Rebekah, lasciando andare delicatamente la sua mano. "Ti piacciono le fiamme. E io sono un incendio."
Si alzò silenziosamente, rimboccando le coperte alla donna che fino a poche ore prima era la sua nemica giurata. Prima di uscire, si fermò sulla soglia, guardando un’ultima volta la figura addormentata.
— Domani sarà difficile — sussurrò Rebekah al silenzio della stanza. — Ma almeno ora sappiamo chi siamo.
Mentre camminava verso la sua camera, Rebekah sentì il suo potere solare calmarsi, come se avesse trovato uno scopo. Non era più una maledizione che la divorava; era una luce che poteva guidare qualcun altro fuori dal buio.
Quella notte, per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, Rebekah Vaelor dormì senza sognare le catene. Sognò occhi dorati, sorrisi proibiti e una verità che profumava di vino rosso e libertà.
Il mattino dopo, la luce del sole filtrò prepotente attraverso le finestre della Casa del Vento. Rebekah si svegliò tardi, sentendosi stranamente riposata. Si vestì con cura, scegliendo un abito di un giallo vibrante, e scese nella sala da pranzo.
Mor era già lì.
Era seduta al tavolo, la schiena drittissima, una tazza di tè tra le mani. Sembrava impeccabile, come sempre, ma Rebekah notò il leggero tremolio delle sue dita e il modo in cui evitava lo sguardo di chiunque altro.
Quando Rebekah entrò, il silenzio si fece pesante. Cassian e Azriel stavano discutendo di qualcosa, ma si interruppero vedendo l’espressione di Rebekah.
— Buongiorno a tutti — disse Rebekah, la voce squillante e carica di un’allegria che fece sussultare Mor.
Si sedette esattamente di fronte a lei. Mor sollevò lentamente lo sguardo, e per un istante, il ricordo della notte precedente passò tra loro come una scarica elettrica. Il rossore che vampò sulle guance di Mor fu la conferma definitiva: ricordava tutto. Ogni parola, ogni tocco, ogni tentativo di seduzione fallito.
— Dormito bene, Morrigan? — chiese Rebekah, con un sorriso così smagliante da risultare quasi crudele.
Mor strinse i denti, cercando di mantenere il controllo. — Ho avuto notti migliori. Mi fa male la testa.
— Oh, immagino — ribatté Rebekah, prendendo un biscotto e guardandolo con finto interesse. — Certa gente non sa proprio reggere il vino. Diventa... espansiva. Quasi affettuosa, direi.
Cassian scoppiò a ridere. — Mor? Affettuosa? Deve essere stata davvero una seratona se l’hai vista così.
Mor scagliò un’occhiata omicida a Cassian, ma quando tornò a guardare Rebekah, trovò solo uno sguardo complice e profondo. Non c’era scherno negli occhi celesti di Rebekah, solo una tacita promessa: "Il tuo segreto è al sicuro con me. Ma non pensare che io lo dimentichi."
— Rebekah mi ha aiutata a tornare a casa — disse Mor, la voce bassa, rivolgendosi agli altri ma senza staccare gli occhi da lei. — Le sono... debitrice.
Quella parola, "debitrice", pesò nell’aria più di mille insulti. Era una resa.
— Non mi devi nulla, Mor — rispose Rebekah, addolcendo il tono. — È quello che si fa tra amiche, no? Ci si prende cura l’una dell’altra quando le cose si fanno... confuse.
Rhysand, che era rimasto in silenzio a osservare la scena, inarcò un sopracciglio, un sorriso divertito che gli danzava sulle labbra. Sapeva che qualcosa di monumentale era cambiato tra le sue due regine bionde.
La colazione continuò, ma la tensione tra Rebekah e Mor era mutata. Non era più l’attrito di due pietre che cercavano di frantumarsi a vicenda, ma la vibrazione di due corde tese che iniziavano a suonare la stessa melodia.
Più tardi, nel pomeriggio, Rebekah stava leggendo in biblioteca quando sentì la porta aprirsi. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere chi fosse.
Mor entrò e si sedette sul bracciolo della poltrona di fronte a lei. Non indossava il rosso oggi, ma un abito grigio fumo che la faceva sembrare più reale, meno iconica.
— Perché non l’hai detto a Rhys? — chiese Mor senza preamboli.
Rebekah posò il libro sulle ginocchia. — Perché non sono affari suoi. E perché preferisco che sia tu a dirmelo, quando sarai pronta.
Mor sospirò, guardando fuori dalla finestra verso il Sidra. — Non sarò mai pronta. In questa corte, in questo mondo... è tutto così complicato.
— Solo se decidi di renderlo tale — disse Rebekah, alzandosi e avvicinandosi a lei. Le posò una mano sulla spalla, e questa volta Mor non si ritrasse. — Sai, Morrigan... hai dei gusti eccellenti. Quella Fae al bancone era davvero splendida.
Mor arrossì di nuovo, ma questa volta accennò un piccolo sorriso. — Era noiosa. L’ho detto anche ieri sera, no?
— Sì, l’hai detto — rise Rebekah. — Hai detto che io brucio.
Mor sollevò lo sguardo, e per la prima volta non c’erano scudi di rubino a proteggerla. — Lo fai davvero, Rebekah Vaelor. E penso che Velaris avesse bisogno di un po’ di calore vero.
Le due donne rimasero lì, nel silenzio dorato della biblioteca, unite da un segreto che era diventato il loro legame più forte. L’odio era svanito, consumato dal fuoco di una notte folle, lasciando il posto a qualcosa di molto più pericoloso e affascinante: una comprensione che avrebbe potuto cambiare tutto.
Rebekah provava ancora quel piacere sottile al pensiero di Mor che cercava le sue labbra. E sapeva, guardando la sfida negli occhi della Morrigan, che quella non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero giocato con il fuoco.
A Velaris, dopo tutto, le stelle brillano più forte quando l’oscurità è condivisa.