what’s behind the stars
Sussurri d'Ombra e Scintille di Smeraldo
Il silenzio che seguì quella notte al Rita’s non era vuoto, ma denso come il miele e altrettanto appiccicoso. Né Rebekah né Morrigan avevano più fatto parola dell’accaduto. Il ricordo di quel quasi-bacio, del calore del respiro di Mor e della confessione sussurrata tra i fumi dell’alcol, era rimasto sospeso tra loro come una nebbia mattutina che rifiutava di diradarsi. Ma se le parole tacevano, i corpi parlavano. Un’occhiata prolungata durante la cena, un tocco casuale delle dita mentre si passavano un vassoio, il modo in cui Mor distoglieva lo sguardo ogni volta che Rebekah entrava in una stanza indossando qualcosa di troppo scollato.
Poi, la diplomazia aveva reclamato la sua regina. Morrigan era stata inviata alla Corte dell'Estate per negoziare rotte commerciali e alleanze delicate. Era via da due settimane, e la Casa del Vento sembrava improvvisamente più grande, più fredda e decisamente meno eccitante.
Rebekah aveva colmato quel vuoto con il sudore e l’acciaio.
— Ancora una volta, biondina. E stavolta cerca di non farti staccare la testa — ruggì Cassian, parando un fendente della sua spada d'allenamento.
Rebekah ringhiò, i capelli dorati appiccicati alla fronte sudata. Il suo potere solare pulsava sotto la pelle, una batteria sempre carica che alimentava i suoi movimenti. — Meno chiacchiere, Cassian. Sei lento oggi. Troppo tempo passato a bere con i tuoi soldati?
Cassian rise, un suono gutturale, e caricò. Rebekah scartò di lato con una grazia che non apparteneva più alla ragazza mortale che era stata, ma a una guerriera Fae che stava finalmente trovando il suo ritmo. Ma fu Azriel, osservandoli dall'ombra del porticato, a catturare la sua attenzione.
Il Cantore delle Ombre era una presenza costante e silenziosa. Mentre Cassian era fuoco e fragore, Azriel era sussurro e precisione. Nelle ultime settimane, Rebekah si era ritrovata a passare sempre più tempo con lui. C’era qualcosa nel suo silenzio che non la spaventava; al contrario, la invitava a riempirlo con la sua vivacità.
— Hai lasciato un’apertura sul fianco sinistro — disse Azriel, comparendo improvvisamente alle sue spalle dopo che Cassian si era allontanato per bere.
Rebekah trasalì, poi si voltò con un sorriso malizioso. — Sei troppo silenzioso, Az. Un giorno o l’altro mi farai venire un infarto.
— Se un Fae Maggiore muore d'infarto perché qualcuno gli cammina dietro, allora la nostra razza è davvero spacciata — ribatté lui, e un raro, quasi impercettibile accenno di sorriso gli increspò le labbra.
Rebekah si avvicinò, asciugandosi il collo con un asciugamano. — Insegnami quella mossa con il pugnale che hai fatto ieri. Quella dove sembri scomparire nell'ombra.
Azriel la guardò, i suoi occhi nocciola scrutando la sua anima. — Le mie ombre non si insegnano, Rebekah. Sono parte di me.
— Allora insegnami a muovermi come se le avessi — rispose lei, sfiorandogli scherzosamente il braccio coperto dalle cicatrici delle Sifoni. — Dai, non fare il misterioso. So che ti piace quando ti stuzzico.
Azriel non si ritrasse. Anzi, inclinò leggermente la testa. — Sei una distrazione pericolosa, Rebekah Vaelor.
Passarono il resto del pomeriggio così, tra sussurri e movimenti coordinati. Rebekah rideva, lo toccava spesso, cercando di scalfire quella corazza di ghiaccio e ombra che lo avvolgeva. E Azriel, sorprendentemente, glielo permetteva. C’era una strana intimità che stava crescendo tra loro, un’amicizia fatta di comprensione muta tra due persone che conoscevano bene il significato della sofferenza.
Fu in quel momento, mentre Azriel le teneva il braccio per correggerle la posizione del polso, che un’ondata di gelo ed eleganza fece il suo ingresso sulla terrazza.
Morrigan era tornata.
Indossava un abito da viaggio di seta color antracite, i capelli biondi raccolti in una treccia impeccabile, ma i suoi occhi... i suoi occhi erano tempesta pura. Si fermò a pochi metri da loro, lo sguardo che passava dalla mano di Azriel sul braccio di Rebekah al sorriso radioso di quest'ultima.
— Vedo che non avete perso tempo in mia assenza — disse Mor, la voce tagliente come un rasoio.
Rebekah raddrizzò la schiena, sentendo immediatamente la vecchia scintilla di sfida riaccendersi. — Bentornata, Morrigan. Com’è andata con i signori dell'Estate? Spero che il sole non ti abbia dato troppo alla testa, visto l'umore.
Mor ignorò il commento, rivolgendosi ad Azriel. — Rhys ti sta cercando, Az. C’è un rapporto urgente dalla Corte d'Autunno.
Azriel annuì, scambiando un’occhiata indecifrabile con Rebekah prima di svanire in un turbine d'ombre.
Rimaste sole, l'aria tra le due donne divenne elettrica.
— Ti diverti a giocare con lui? — chiese Mor, facendo un passo avanti. La sua aura di potere premeva contro quella di Rebekah.
— Giocare? Stiamo parlando di Azriel, non di un cucciolo — ribatté Rebekah, incrociando le braccia. — È un mio amico. Mi alleno con lui. Qual è il problema, Mor? Ti dà fastidio che qualcuno occupi il tempo che tu passi a fare la diplomatica di lusso?
— Mi dà fastidio che tu sia così... così sfacciata — sbottò Mor. — Sei qui da cinque minuti e ti comporti come se fossi la regina del castello. Azriel ha già abbastanza pesi da portare senza che una ragazzina viziata lo usi per passare il pomeriggio.
Rebekah sentì la rabbia divampare. Non era la rabbia per l'insulto, ma per l'ingiustizia di quell'attacco. — Ragazzina viziata? Io? Forse hai dimenticato dove eravamo qualche mese fa, Morrigan. Forse hai dimenticato chi mi ha tenuta chiusa in una stanza mentre il mio potere mi bruciava viva. E se Azriel sceglie di passare del tempo con me, forse è perché io non lo guardo come se fosse un pezzo di vetro rotto.
— Tu non sai niente di lui! — urlò Mor, facendo un passo minaccioso.
— E tu non sai niente di me! — rispose Rebekah allo stesso volume. — Sei tornata da dieci minuti e l'unica cosa che hai saputo fare è stata sputare veleno. Cosa c'è, Mor? Sei gelosa? O forse sei solo arrabbiata perché non riesci a controllare quello che provo io o quello che prova lui?
— Non essere ridicola! — Mor tremava, le nocche bianche. — Sei solo una distrazione irritante.
— E tu sei una codarda! — Rebekah le puntò un dito contro il petto. — Ti nascondi dietro i tuoi impegni, dietro il tuo vino e dietro questa maschera di perfezione perché hai paura di quello che è successo quella notte al Rita’s. Hai paura che io possa vedere oltre la tua facciata di nuovo.
Mor rimase senza fiato, il viso che passava dal rosso al pallido. Per un istante sembrò che volesse colpirla, ma poi si voltò e fuggì via, i tacchi che risuonavano furiosi sulla pietra.
Rebekah rimase lì, il petto che si alzava e abbassava per l'agitazione. Il suo potere solare stava scintillando intorno alle sue dita, piccole scintille dorate che cadevano al suolo.
— È una danza pericolosa quella che state ballando.
Rebekah trasalì e si voltò. Rhysand era appoggiato a una colonna, le braccia incrociate e un’espressione di profonda stanchezza, ma anche di infinita saggezza, sul volto.
— Da quanto tempo sei lì? — chiese lei, cercando di calmare il respiro.
— Abbastanza da vedere due delle donne più testarde che conosca cercare di farsi a pezzi a vicenda per non ammettere la verità — rispose Rhys, avvicinandosi. Le fece cenno di seguirlo verso il parapetto che si affacciava su Velaris.
Rimasero in silenzio per un po’, guardando la città che iniziava a brillare sotto il crepuscolo.
— Mor è complicata, Rebekah — disse Rhys a bassa voce. — Più di quanto tu possa immaginare. Ha passato secoli a costruire una versione di se stessa che potesse sopravvivere in questo mondo. Ha subito tradimenti che distruggerebbero chiunque.
— Lo so, Rhys. Ho visto... ho visto qualcosa, quella notte — confessò Rebekah, abbassando lo sguardo. — Ma questo non le dà il diritto di trattarmi come se fossi spazzatura.
Rhys sospirò, un suono che sembrava portare il peso di tutta la sua corte. — Non ti tratta così perché ti odia. Ti tratta così perché sei l'unica persona che la costringe a guardarsi allo specchio. Tu sei tutto ciò che lei ha paura di desiderare: sei libera, sei sincera, non hai paura del tuo potere o dei tuoi sentimenti.
Rebekah scosse la testa. — Io ho paura ogni singolo giorno.
— Ma non lasci che la paura ti definisca. Mor sì — Rhys si voltò verso di lei, i suoi occhi viola penetranti. — Lei è mia cugina, è la mia famiglia, e le voglio bene più di quanto le parole possano esprimere. Ma è bloccata. È bloccata tra quello che la sua famiglia voleva per lei e quello che lei vuole per se stessa.
Rebekah sentì un nodo alla gola. — E io cosa c'entro in tutto questo?
— Tu sei la variabile, Rebekah. Sei quella che può rompere l'incantesimo — Rhys le posò una mano sulla spalla, un gesto di un calore inaspettato. — Azriel è un uomo meraviglioso, e so che vi state avvicinando. Lui ha bisogno di luce, e tu ne hai da vendere. Ma...
— Ma? — lo incalzò lei.
Rhys esitò, poi parlò con una sincerità che la colpì nel profondo. — Ma Azriel è un porto sicuro. È facile stare con lui perché è prevedibile nella sua oscurità. Mor, invece... Mor è l'incendio. Scegliere Mor significa scegliere la tempesta. Significa affrontare secoli di pregiudizi, di dolore e di segreti. È la strada più difficile, Rebekah. La più dolorosa.
Rebekah si scostò leggermente, il cuore che le martellava nelle orecchie. — Non so di cosa tu stia parlando, Rhys. Non c’è nessuna scelta da fare. Io e Mor non facciamo altro che litigare.
Rhys sorrise, un sorriso triste e sapiente. — Le fiamme più alte nascono spesso dallo scontro di due pietre focaie. Non mentire a me, Rebekah. E soprattutto, non mentire a te stessa. Sotto la Montagna, abbiamo imparato che la vita è troppo breve per essere vissuta a metà. Mor ha bisogno di qualcuno che non abbia paura di bruciarsi per stare al suo fianco. Qualcuno che la costringa a uscire dall'ombra.
— Lei mi ha detto di andarmene. Mi ha chiamata distrazione — sussurrò Rebekah, la voce incrinata.
— Lo ha fatto perché ha paura che tu sia la soluzione — concluse Rhys. — Pensaci. Azriel ti darà pace. Mor ti darà il mondo, ma dovrai combattere per averlo. E so che tu, Rebekah Vaelor, non sei una che sceglie la via più facile.
Rhys le diede un bacio leggero sulla tempia e si allontanò, lasciandola sola con il vento di Velaris.
Rebekah rimase lì per ore. Guardò le stelle apparire una ad una, le stesse stelle che Mor amava tanto. Ripensò ad Azriel, alla sua dolcezza malinconica, alla sicurezza che provava tra le sue ombre. Era facile. Era comodo.
E poi ripensò a Mor. Ripensò al sapore del vino sulle sue labbra quella notte, alla forza disperata del suo tocco, alla furia nei suoi occhi dorati oggi pomeriggio. Ripensò alla bellezza di quella donna che sembrava fatta di sole e rubini, e a quanto desiderasse, nonostante tutto, strappare quella maschera di ghiaccio e vedere di nuovo la ragazza che voleva solo essere amata per quello che era.
— Maledetto Rhysand — mormorò Rebekah al cielo.
Sapeva che aveva ragione. Sapeva che quella tensione insopportabile, quell'odio che sembrava amore e quell'amore che somigliava all'odio, non potevano essere ignorati.
Si voltò e rientrò nella Casa del Vento. Non andò verso la sua camera. I suoi passi, decisi e risonanti sul marmo, la portarono verso l'ala opposta, verso la porta di mogano che sapeva essere chiusa a chiave.
Non bussò piano. Colpì il legno con il palmo della mano, facendo sussultare il silenzio del corridoio.
— Apri questa porta, Morrigan! — gridò. — Non abbiamo finito.
Dall'altra parte, il silenzio durò per diversi battiti di cuore. Poi, il rumore metallico della serratura che scattava.
La porta si aprì di pochi centimetri. Mor era lì, senza l'abito da viaggio, avvolta in una vestaglia di seta bianca, il viso segnato dal pianto.
— Cosa vuoi ancora? — chiese Mor, la voce piatta.
Rebekah non rispose a parole. Spinse la porta, entrando con la forza di un uragano, e la richiuse alle sue spalle. Si fermò a pochi centimetri da lei, il suo potere solare che ora brillava con una luce calda e costante, illuminando la stanza buia.
— Voglio che smetti di scappare — disse Rebekah, la voce bassa e vibrante. — Voglio che smetti di usare Azriel o i tuoi impegni o la tua rabbia come scudo contro di me.
— Non so di cosa parli — tentò di dire Mor, ma la sua voce tradì un tremito.
Rebekah le prese il viso tra le mani, obbligandola a guardarla. — Sì che lo sai. Lo sai da quella notte. Lo sai ogni volta che mi guardi allenarmi. Lo sai perché siamo uguali, Mor. Siamo due sopravvissute che hanno paura di quello che provano perché è l'unica cosa che non possiamo controllare.
Mor cercò di scostarsi, ma Rebekah tenne la presa. — Rhys mi ha detto che scegliere te sarebbe stato difficile. Mi ha detto che sei la tempesta.
— Ha ragione — sussurrò Mor, una lacrima che le sfuggiva dagli occhi. — Sono un disastro, Rebekah. Ti distruggerò.
Rebekah sorrise, e questa volta era il sorriso di chi ha accettato il proprio destino. — Allora lasciami bruciare. Perché preferisco un giorno di tempesta con te che un'eternità di calma senza di te.
In quel momento, il muro di rubini crollò definitivamente. Morrigan emise un suono strozzato, a metà tra un singhiozzo e un sospiro, e si avventò sulle labbra di Rebekah con una fame che sapeva di secoli di solitudine.
Non era un bacio gentile. Era uno scontro, un’esplosione, un riconoscimento. Era il sole che incontrava la terra dopo una lunga eclissi. Le mani di Mor si intrecciarono nei capelli dorati di Rebekah, mentre Rebekah la stringeva a sé come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava crollando.
In quella stanza, circondate dal profumo di lavanda e dalla luce solare che emanava dalla pelle di Rebekah, la verità non era più un segreto da nascondere, ma una fiamma da alimentare.
Rhysand, nel suo studio dall'altra parte della casa, sollevò il suo calice di vino verso la notte, un sorriso soddisfatto sulle labbra. La partita era appena iniziata, ma sapeva che Velaris non sarebbe mai più stata la stessa. Le sue due regine bionde avevano finalmente smesso di combattere tra loro e avevano iniziato a combattere per quello che contava davvero.
E Rebekah, tra le braccia della donna che aveva giurato di odiare, seppe che Rhys aveva avuto ragione su un'ultima cosa: non era stata la via più facile, ma era l'unica che l'avrebbe resa davvero, finalmente, libera.