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what’s behind the stars

Sinfonia di Seta e Verità

La luce della luna filtrava attraverso le tende di seta della camera di Morrigan, dipingendo strisce d’argento sulla pelle nuda delle due donne. L’aria nella stanza era ancora carica dell’elettricità sprigionata poco prima, un calore che non aveva nulla a che fare con il clima di Velaris e tutto a che fare con il modo in cui i loro corpi si erano finalmente arresi l'uno all'altro.

Rebekah era distesa su un fianco, appoggiata su un gomito, mentre osservava Mor. La Verità della Corte della Notte appariva diversa in quel momento: i capelli biondi erano sparsi sul cuscino come fili d’oro fuso, e i suoi lineamenti, solitamente tesi in una maschera di fiera determinazione o di aspro sarcasmo, erano ammorbiditi dal sonno leggero e dalla vulnerabilità.

Con un gesto lento, quasi timoroso, Rebekah allungò una mano. Le punte delle sue dita sfiorarono la pelle setosa dello stomaco di Mor, tracciando piccoli cerchi invisibili. Era la prima volta che Rebekah toccava una donna in quel modo, ed era sorpresa dalla sensazione di familiarità e, al tempo stesso, di assoluta novità. C’era una morbidezza diversa, una connessione che sembrava vibrare su una frequenza che non aveva mai conosciuto prima.

— Sei sveglia? — sussurrò Rebekah, la voce ancora roca.

Mor aprì lentamente gli occhi. Le sue iridi dorate brillarono nell’oscurità, fissandosi su quelle celesti di Rebekah. Non c’era traccia della solita difesa. Solo una timidezza insolita che rendeva la sua bellezza quasi dolorosa da guardare.

— Difficile dormire quando qualcuno cerca di incendiarmi la pelle con un dito — rispose Mor, ma non c’era traccia di malizia nel suo tono. Si voltò verso Rebekah, lasciando che le coperte scivolassero via quel tanto che bastava a rivelare la curva della sua spalla. — È... è la tua prima volta, vero? Con una donna.

Rebekah annuì, sentendo un calore improvviso salirle alle guance. Lei, che era sempre così decisa e arrogante, si sentiva improvvisamente come una neofita davanti a un mistero antico. — Si nota così tanto?

— Sei stata... attenta. Quasi avessi paura di rompermi — Mor allungò una mano e le accarezzò la guancia, spostandole un ricciolo dorato. — Non ti preoccupare, Rebekah. Non sono fatta di vetro. Ma è stato... dolce. Diverso da tutto quello che mi aspettavo da te.

Rebekah sorrise, un gesto piccolo e sincero. — Mi aspettavo che mi avresti buttata fuori dalla stanza dopo i primi cinque minuti. Invece sei ancora qui.

— Sono ancora qui — confermò Mor, e per un istante il silenzio tra loro divenne denso di domande non formulate.

Rebekah continuò il suo movimento sullo stomaco di Mor, ma questa volta lasciò che una piccola frazione del suo potere solare fluisse attraverso i polpastrelli. Piccole scintille di luce dorata danzarono sulla pelle di Mor, lasciando dietro di sé una scia di calore vibrante.

Mor sussultò, un brivido evidente le percorse la schiena. — Rebekah... — ansimò, socchiudendo gli occhi.

— Mi hai detto che brucio, Morrigan — sussurrò Rebekah, avvicinandosi al suo orecchio. — Volevo solo farti sentire quanto.

— Lo sento — rispose Mor, afferrandole il polso per fermare il movimento, ma senza allontanarla. La sua espressione si fece improvvisamente seria, quasi cupa. — Ma questo... cosa significa per te? Non siamo alla Corte della Primavera. Qui le cose non si risolvono con un mazzo di fiori e una promessa di protezione.

Rebekah si mise seduta, incurante della propria nudità, e guardò Mor dritto negli occhi. — Significa che non voglio più combattere contro di te, a meno che non sia per gioco. Significa che voglio sapere chi sei, Mor. Non la Morrigan che beve vino al Rita’s o la diplomatica che incanta i signori delle corti. Voglio sapere la storia che tieni chiusa dietro quei rubini.

Mor distolse lo sguardo, fissando le ombre sul soffitto. — È una storia brutta, Rebekah. Piena di fango, chiodi di ferro e padri che preferirebbero vederti morta piuttosto che libera.

— Ho visto il fango Sotto la Montagna, Mor. Ho sentito il sapore del ferro nella mia bocca per mesi — Rebekah le prese la mano, intrecciando le dita alle sue. — Non puoi spaventarmi con l'oscurità. Non quando io porto il sole dentro di me.

Mor sospirò, un suono che sembrava venire da secoli di solitudine. Iniziò a parlare, prima con esitazione, poi con una foga crescente. Raccontò della sua famiglia nella Corte degli Incubi, del modo in cui l'avevano trattata come una merce di scambio, del tradimento del suo stesso sangue e del momento in cui era stata lasciata a morire su un confine polveroso con un cartello inchiodato al corpo.

Rebekah ascoltava in silenzio, sentendo la rabbia e la tristezza crescere dentro di lei. Ogni parola di Mor era una ferita che si riapriva, ma mentre parlava, la tensione nel corpo della bionda sembrava diminuire. Era un esorcismo.

— E poi c'è Azriel — concluse Mor, la voce ridotta a un sussurro. — Lui mi ha trovata. Lui mi ama da secoli, in un modo che mi spezza il cuore perché io non potrò mai ricambiarlo come lui vorrebbe. Io amo le donne, Rebekah. L'ho sempre saputo, fin da quando ero una bambina e guardavo le ancelle invece dei guerrieri. Ma dirlo... viverlo... è come dichiarare guerra al mondo intero.

Rebekah si chinò e le baciò la fronte, un gesto di pura devozione. — Allora faremo la guerra insieme. Se Velaris è la città dei sogni, allora deve esserci spazio anche per il nostro.

Mor la guardò, e per la prima volta Rebekah vide una scintilla di speranza autentica nei suoi occhi. — Sei così giovane, eppure sembri così antica quando dici queste cose.

— Il dolore invecchia in fretta, Mor. Ma la speranza ci mantiene giovani — Rebekah tornò a sdraiarsi accanto a lei, tirando su le coperte. — Ora dormi. Abbiamo una colazione difficile da affrontare domani.

— Promettimi una cosa — disse Mor, mentre il sonno iniziava a reclamarla di nuovo.

— Tutto quello che vuoi.

— Domani... non tornare a essere fredda. Non ricominciare a ringhiare solo perché hai paura che gli altri capiscano. Se è stato reale... non trattarlo come un errore.

Rebekah le strinse la mano sotto le lenzuola. — È stata la cosa più reale che mi sia capitata da quando sono morta Sotto la Montagna, Morrigan. Non lo dimenticherò.

***

La mattina dopo, la sala da pranzo della Casa del Vento era inondata dalla luce dorata dell'alba. Il profumo di caffè e pane appena sfornato avrebbe dovuto essere confortante, ma per Rebekah era come camminare su un filo teso sopra un abisso.

Si era vestita con cura, scegliendo un abito di seta color crema che non attirasse troppo l'attenzione, ma i suoi sensi da Fae erano all'erta, percependo ogni minimo spostamento d'aria.

Entrò nella stanza e vide che quasi tutti erano già seduti. Feyre stava parlando a bassa voce con Rhysand, che sembrava insolitamente pensieroso. Cassian stava divorando una montagna di uova, mentre Azriel sedeva nell'ombra, immobile come una statua.

E poi c'era Mor.

Era seduta al suo solito posto, impeccabile in un abito rosso scarlatto che sembrava una sfida al mondo intero. Quando Rebekah entrò, Mor sollevò lo sguardo. Per un istante infinito, il tempo sembrò fermarsi. Rebekah cercò nel suo viso un segno di pentimento, un ritorno alla freddezza o all'asprezza del giorno prima.

Invece, trovò un impercettibile cenno del capo. Un riconoscimento.

— Buongiorno, Rebekah — disse Rhysand, alzando lo sguardo dal suo giornale. I suoi occhi viola brillarono di una curiosità che Rebekah trovò quasi insopportabile. — Hai un aspetto... riposato.

— L'aria di Velaris fa miracoli, Rhys — rispose lei, sedendosi accanto a Feyre. Cercò di mantenere la voce ferma, ma sentiva il cuore battere contro le costole come un uccello in gabbia.

— Già, l'aria — commentò Cassian tra un morso e l'altro. — O forse è il fatto che finalmente tu e Mor avete smesso di urlare per tutta la casa. C'era un silenzio sospetto stanotte. Siete sicure di non esservi uccise a vicenda?

Rebekah sentì un brivido percorrerle la schiena, ma prima che potesse rispondere, Mor prese la parola.

— Abbiamo trovato un accordo, Cassian — disse Mor, portando con eleganza la tazza di tè alle labbra. La sua voce era ferma, priva di quelle note taglienti che di solito usava con Rebekah. — Abbiamo capito che l'odio reciproco era... stancante.

Azriel si mosse appena, il suo sguardo nocciola che passava da Mor a Rebekah con la precisione di un cacciatore. Non disse nulla, ma Rebekah ebbe la netta sensazione che il Cantore delle Ombre avesse percepito il cambiamento nell'aria. Le sue ombre sembravano danzare con un'agitazione insolita intorno alle sue spalle.

Feyre le toccò un braccio sotto il tavolo. — Stai bene, Rebekah? Sei un po' pallida.

— Sto bene, Feyre. Solo un po' di mal di testa — mentì Rebekah, forzandosi a mangiare un pezzo di pane che sembrava cenere nella sua bocca.

La colazione proseguì in un clima di apparente normalità, ma per Rebekah ogni rumore era amplificato. Il tintinnio delle posate, le risate di Cassian, il fruscio del giornale di Rhys... tutto sembrava fare da sfondo alla consapevolezza bruciante di ciò che era successo poche ore prima.

Guardò Mor di sottecchi. La bionda stava parlando con Rhys di una questione riguardante la Corte dell'Autunno, muovendo le mani con la sua solita grazia. Sembrava la stessa Morrigan di sempre. Eppure, Rebekah sapeva che sotto quell'abito rosso c'era la pelle che aveva accarezzato, c'era il calore che aveva condiviso.

In un momento in cui gli altri erano distratti da una battuta di Cassian, Mor voltò leggermente la testa. I suoi occhi incontrarono quelli di Rebekah. Non ci fu sorriso, non ci fu ammiccamento. Solo uno sguardo profondo, colmo di una verità che non aveva bisogno di parole.

"È reale," sembrava dire quello sguardo. "Non è stato un errore."

Rebekah sentì il suo potere solare rispondere a quel richiamo, una piccola scintilla di calore che le si accese nel petto. Per la prima volta da quando era arrivata alla Corte della Notte, non si sentì un'intrusa o una protetta. Si sentì parte di qualcosa di vasto e pericoloso, ma infinitamente prezioso.

Quando la colazione finì e ognuno iniziò a dedicarsi alle proprie mansioni, Rebekah si ritrovò sola nel corridoio con Mor per un breve istante.

— Vado al quartiere degli artisti con Feyre — disse Rebekah, la voce bassa per non farsi sentire dagli altri che stavano uscendo.

Mor si fermò, voltandosi a guardarla. La luce del mattino metteva in risalto la perfezione del suo profilo. — Fa' attenzione. E Rebekah...

— Sì?

— Grazie per non essere tornata a essere fredda — sussurrò Mor, prima di allontanarsi verso lo studio di Rhysand.

Rebekah rimase lì a guardarla andare via, sentendo il peso e la bellezza di quel nuovo legame. Sapeva che non sarebbe stato facile. Sapeva che Azriel, la politica delle corti e i loro stessi traumi avrebbero cercato di dividerle. Ma mentre si avviava verso l’uscita per raggiungere Feyre, Rebekah Vaelor sorrise.

Velaris era davvero la città dei sogni, e lei aveva appena iniziato a vivere il suo. Non era più la ragazza spezzata della Corte della Primavera, né la prigioniera Sotto la Montagna. Era una Fae Maggiore, era un incendio di luce solare, e per la prima volta nella sua vita, era amata da una tempesta chiamata Morrigan.

E mentre attraversava le strade di marmo bianco, Rebekah sentì che, qualunque cosa fosse accaduta, il sole non si sarebbe più spento nel suo cuore. Perché ora aveva qualcuno con cui condividere l'alba.