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when the roses are now burned

Il soffio del vento tra le piume

Il fango delle steppe illyrian era una sostanza affamata, una poltiglia bruna che sembrava voler risucchiare gli stivali di Claris a ogni passo. Sopra di lei, il cielo del Vento di Guerra era di un grigio plumbeo, carico di una pioggia che minacciava di cadere da ore ma che restava sospesa, come un respiro trattenuto.

— Ancora, Claris! Non guardare i tuoi piedi, guarda me! — la voce di Cassian rimbombò nella radura, potente e vibrante come un corno di battaglia.

Claris sollevò il mento, i lunghi capelli biondi legati in una treccia stretta che le sferzava la nuca. Il respiro le bruciava nei polmoni, un fuoco che sapeva di fatica e di ferro. Davanti a lei, Cassian torreggiava con la sua mole imponente, le ali illyrian che fremevano per l’impazienza. Poco distante, Rhysand sedeva su un masso levigato, apparentemente rilassato, ma i suoi occhi violetti non perdevano un singolo movimento dei suoi muscoli.

Claris scattò in avanti. Non era più la ragazza gracile che inciampava nelle proprie gonne; era una High Fae che stava imparando a trasformare il proprio dolore in una danza letale. Sferrò un fendente con la spada d’allenamento in legno, un colpo che Cassian parò senza sforzo, ma lei non si fermò. Usò la spinta del blocco per ruotare su se stessa, richiamando una scintilla del suo potere empatico.

Non cercò di soffocarlo. Lo lasciò fluire, una scossa di luce dorata che avvolse la lama di legno proprio mentre colpiva il fianco di Cassian. Il Generalissimo della Notte emise un grugnito di sorpresa quando la magia lo colpì, una sferzata di pura determinazione che lo fece arretrare di un passo.

— Niente male, biondina! — esclamò Cassian, sfoggiando un sorriso ferino. — Cominci a capire che la tua magia non è solo un peso, ma una lama invisibile.

— È una lama che scotta, Cass — rispose lei, ansimando, mentre si rimetteva in posizione di guardia.

Dall'alto di una sporgenza rocciosa, Azriel osservava la scena. Le sue ombre si allungavano verso il basso, sfiorando i bordi del campo di addestramento come dita curiose. Claris sentì una leggera pressione contro la sua mente, un tocco familiare e vellutato che ormai riconosceva tra mille.

*Se continui a tenere il gomito così basso, Cassian ti spazzerà via le gambe in tre secondi netti,* sussurrò la voce di Azriel nei suoi pensieri.

Claris non si voltò, ma un piccolo sorriso le increspò le labbra. *E tu invece di fare il critico letterario, perché non scendi qui a sporcarti le ali?*

*Perché guardarti mentre fai sudare il Generalissimo è molto più divertente,* ribatté lui, e lei poté quasi percepire il lampo di divertimento nei suoi occhi nocciola. *E comunque, la tua treccia è storta.*

*Ti odio,* pensò lei, scattando di nuovo verso Cassian con rinnovata energia.

L'addestramento durò per ore. Sotto la guida di Rhysand, Claris imparò a tessere la sua magia dorata intorno ai colpi fisici, creando scudi improvvisi e dardi di luce che accecavano l'avversario. Era un processo estenuante, che la lasciava svuotata, ma ogni livido sulle sue braccia era una medaglia d'onore, una prova che non era più la vittima di nessuno.

Infine, Rhysand si alzò, facendo un cenno di conclusione. — Per oggi può bastare. Hai fatto grandi progressi, Claris. Il tuo controllo sta diventando... impressionante.

Cassian si asciugò il sudore con la tunica, ridendo. — Se continua così, tra un mese sarò io a dover chiedere pietà.

Claris si lasciò cadere a terra, il petto che sobbalzava. I muscoli le tremavano e il freddo delle montagne illyrian iniziava a penetrare attraverso i vestiti umidi di sudore. Feyre, che era rimasta a osservare in silenzio dall'ombra di una tenda, si avvicinò con un otre d'acqua, ma si fermò a qualche passo di distanza, ancora incerta su come approcciarsi alla sua vecchia amica. Il loro rapporto era un vetro incrinato che nessuno dei due sapeva come riparare senza tagliarsi.

Fu in quel momento che Azriel scese dalla sua postazione. Atterrò senza produrre il minimo rumore, le ombre che si ritraevano per lasciar spazio alla sua figura imponente. Si diresse dritto verso Claris, ignorando gli sguardi curiosi di Rhys e Cassian.

— Sei esausta — disse lui, la voce bassa e ferma.

— Sto bene — mentì lei, cercando di rialzarsi, ma le gambe le cedettero.

Prima che potesse toccare il fango, Azriel fu lì. La prese per le braccia e la sollevò, ma non la lasciò andare. In un movimento fluido e inaspettato, le sue enormi ali illyrian si aprirono, scure come la mezzanotte, e si richiusero intorno a entrambi.

Fu come se il mondo esterno fosse scomparso. Claris si ritrovò avvolta in un bozzolo di piume e calore. L'odore di Azriel — pioggia, cedro e un pizzico di polvere da sparo — la avvolse completamente, agendo come un balsamo sui suoi nervi scoperti. Erano vicinissimi; il petto nudo e sudato di Azriel, segnato da cicatrici secolari, era a pochi centimetri dal suo viso.

— Respira, Claris — sussurrò lui. Le ali creavano una barriera impenetrabile contro il vento gelido e gli sguardi degli altri. In quel piccolo spazio privato, il tempo sembrò fermarsi.

Claris appoggiò la fronte contro la pelle calda del suo petto, chiudendo gli occhi. Poteva sentire il battito regolare e potente del cuore di lui. Sollevò lentamente una mano, esitando per un istante, poi posò le dita sulla membrana di un'ala.

Sentì Azriel sussultare. Le ali illyrian erano la parte più sensibile e privata di un guerriero; toccarle era un atto di intimità che pochi potevano reclamare. Ma lui non si ritrasse. Anzi, inclinò leggermente l'ala per permetterle un accesso migliore.

— Sono così... morbide — mormorò lei, facendo scorrere le dita sulla superficie vellutata.

— E sono anche resistenti — rispose lui. — Hanno sopportato tempeste e battaglie. Proprio come te.

Claris alzò lo sguardo. A quella distanza ravvicinata, poteva vedere ogni dettaglio del viso di Azriel: la linea dura della mascella, le cicatrici sottili che gli segnavano le tempie e la profondità infinita del suo sguardo. Ma vide anche le sue cicatrici, quelle vecchie, quelle che gli erano state inflitte dal fuoco e dalla crudeltà. E lui, in silenzio, osservava i tagli ancora rosei sul viso e sulle braccia di lei, i segni lasciati dai vetri infranti durante l'attacco dei Corvindi.

Erano due creature forgiate nel dolore, che cercavano di capire come stare al mondo senza bruciare tutto ciò che toccavano.

— Non devi essere sempre forte — disse Azriel, e la sua voce era una carezza più dolce delle sue ali. — Qui dentro, nel buio, puoi essere solo Claris. Non la guerriera, non l'empatica, non la sopravvissuta. Solo tu.

Le lacrime che Claris aveva trattenuto per giorni iniziarono a scorrere, silenziose. Non era un pianto di disperazione, ma di liberazione. Azriel la strinse più forte, offrendole il suo silenzio come uno scudo. Rimasero così per quelli che parvero secoli, protetti dal resto della Corte dei Sogni, finché il tremito nelle membra di lei non cessò.

Quando Azriel sentì che la tensione l'aveva abbandonata, iniziò a riaprire le ali, lentamente, come un fiore che si schiude al crepuscolo. La luce grigia del giorno tornò a colpirli, ma Claris si sentiva diversa. Più leggera.

Azriel fece un passo indietro, tornando alla sua solita maschera di impassibilità, ma le sue ombre indugiarono ancora un istante intorno alle dita di lei.

— Vai da lei — disse lui, indicando con un cenno del capo Feyre, che era rimasta poco distante, osservando il bozzolo d'ali con un'espressione di pura meraviglia e malinconia. — Ha aspettato abbastanza.

Claris annuì, sentendo una nuova stabilità nelle gambe. Camminò verso Feyre, che la guardava con gli occhi lucidi.

— Claris... io... — iniziò Feyre, ma le parole le morirono in gola.

Claris non aspettò che finisse. Accorciò le distanze e la abbracciò. Fu un abbraccio stretto, disperato, che portava con sé il peso di tutti i mesi di silenzio, di rabbia e di abbandono. Feyre ricambiò con la stessa intensità, nascondendo il viso sulla spalla dell'amica.

— Mi dispiace, Feyre — sussurrò Claris. — Mi dispiace per tutto l'odio che ti ho rovesciato addosso. Ero... ero così persa.

— No, sono io che ti ho lasciata — rispose Feyre tra i singhiozzi. — Non avrei mai dovuto permettere che accadesse. Pensavo di proteggerti, ma ti ho solo consegnata a un altro mostro.

Claris si scostò leggermente, prendendole il viso tra le mani. — Siamo sopravvissute, Feyre. Entrambe. E ora siamo qui. Non lasciamo che il passato ci rubi anche il presente.

Feyre sorrise attraverso le lacrime, un sorriso che ricordava finalmente la ragazza che Claris aveva conosciuto nei boschi, prima che il mondo diventasse magico e terribile. — Hai ragione. Niente più segreti. Niente più silenzi.

Rhysand e Cassian si avvicinarono, osservando la scena con sollievo evidente. Rhys scambiò un'occhiata d'intesa con Azriel, che era tornato a fondersi con le ombre ai margini della radura. Il Signore della Notte sapeva che quel momento di pace era fragile, che la minaccia di Hybern incombeva ancora su di loro, ma per quella sera, la ferita nel cuore della sua corte aveva iniziato a rimarginarsi.

— Bene — esclamò Cassian, cercando di rompere la tensione emotiva con la sua solita irruenza. — Visto che vi siete tutte riappacificate, che ne dite di tornare alla Casa del Vento? Sto morendo di fame e dubito che il fango illyrian sia nutriente.

Claris rise, un suono cristallino che sembrò far brillare l'aria grigia. — Concordo. Ma se provi a rubarmi di nuovo l'arrosto, Cassian, userò la mia magia per farti credere di stare mangiando dei cavolini di bruxelles crudi.

— Sarebbe un colpo basso! — si lamentò lui, mentre si incamminavano verso il punto di trasmutazione.

Claris rimase un passo indietro, voltandosi a guardare Azriel. Lui era ancora lì, una figura solitaria contro le rocce. Non disse nulla, ma alzò leggermente una mano in un saluto silenzioso.

Claris si voltò e seguì gli altri, ma sentiva ancora il calore di quelle ali sulla pelle. Sapeva che ci sarebbero stati altri giorni duri, altre battaglie e altri momenti in cui l'oscurità avrebbe cercato di riprendersela. Ma ora sapeva anche che, quando il mondo fosse diventato troppo freddo, c'era un paio di ali scure pronto a chiudersi intorno a lei, e un cuore ferito che batteva all'unisono con il suo.

Per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, Claris non cercò di reprimere il suo potere. Lo lasciò scorrere come un ruscello dorato, una luce amica che illuminava il cammino verso casa. Non era più l'ombra di se stessa; era Claris Vaelor, e aveva finalmente trovato il coraggio di esistere di nuovo.