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Tre millimetri dal buio

Il vento che spazzava i bastioni occidentali di Aretia a notte fonda non conosceva esitazioni. Era un flusso gelido e costante, sceso direttamente dai picchi innevati per insinuarsi tra le fessure della pietra antica, portando con sé l’odore pungente del pino selvatico e quello, più lontano e sulfureo, dei draghi addormentati nella vallata sottostante.

Rhylee Emerson era appoggiata con gli avambracci al parapetto merlato, lo sguardo perso nell’oscurità impenetrabile della gola.

Per una volta, non indossava la consueta armatura da parata né l’uniforme da combattimento rigidamente abbottonata fino al mento. Aveva addosso una semplice giacca di cuoio scuro foderata di pelliccia corta, lasciata aperta sul collo, e i pantaloni pratici della divisa da fatica. Ma la differenza più evidente, quella che avrebbe fatto voltare chiunque a Basgiath, erano i capelli.

Erano sciolti.

Nessuna treccia marziale, nessun fermaglio di cuoio a contenerne la massa scura e pesante. Le ciocche folte, di quel castano così cupo da sembrare inchiostro, le ricadevano disordinate oltre le spalle e lungo la schiena, agitate dalle folate intermittenti del vento di montagna. Era scesa dal dormitorio senza prendersi il disturbo di raccoglierli, approfittando dell’assoluto silenzio delle tre del mattino per concedersi una tregua dalle regole non scritte della propria stirpe.

Un passo leggero sulla ghiaia del camminamento annunciò l'arrivo dell'altro turno di ronda.

Rhylee non si voltò. Conosceva quel passo. Era più leggero di quello cadenzato di un rider, privo del peso sordo degli stivali ferrati, ma troppo nervoso per appartenere a una guardia qualunque.

Catriona Cordella si fermò a un paio di metri di distanza, appoggiando la schiena contro la superficie scabra di una torretta di guardia.

Non si erano viste per tutto il giorno. In realtà, nell'ultima settimana Cat aveva fatto della distanza la propria missione personale: spariva dall'armeria non appena Rhylee vi metteva piede, cambiava tavolo durante i pasti comuni prima ancora che la rider potesse scegliere dove sedersi e, persino durante i briefing della Squadra di Ferro, riusciva a posizionarsi sistematicamente dietro le spalle massicce di Trager o sul lato opposto del tavolo strategico.

Quella sera, però, non c'erano tavoli dietro cui nascondersi. C'erano solo cinquanta passi di pietra sospesi sul vuoto e quattro ore di guardia prima dell'alba.

Rhylee attese qualche istante, sgranando il silenzio prima di parlare. Quando lo fece, la sua voce uscì bassa e controllata, priva della durezza che solitamente riservava alle esercitazioni sul campo.

«Ho sentito che la staffetta è arrivata poco prima del tramonto.»

Cat non rispose subito. Tirò su il colletto della giacca da flier, infilando le dita nei guanti senza dita per sfuggire al morso dell'aria. Il suo profilo, tagliato dalla luce argentea di una falce di luna, sembrava incredibilmente affilato. E stanco. Di una stanchezza che non nasceva dalla fatica muscolare, ma dal peso logorante di troppi pensieri tenuti sotto chiave.

«Le notizie viaggiano in fretta tra i corridoi dei nobili navarriani,» disse Cat, e benché le parole cercassero di graffiare, la consueta scintilla velenosa nella sua voce suonava attutita, quasi svuotata. «Immagino che la tua cara amica Sorrengail stia già preparando i suoi vestiti migliori per andare a fare la carità a Cordyn.»

Rhylee voltò lentamente la testa verso di lei.

Sapeva cosa significasse quel messaggio. Il visconte Tecarus, lo zio di Cat, aveva finalmente accettato di concedere un'udienza. Ma non a un inviato qualunque: pretendeva la presenza di Xaden Riorson. E di Violet. Ufficialmente per contrattare la fornitura della Luminare e delle armi necessarie alla sopravvivenza della resistenza; ufficiosamente, per regolare i conti di un'alleanza tradita, di un contratto matrimoniale stracciato e dell'umiliazione politica inflitta alla casata dei Cordella.

«Violet non va a Cordyn per fare la carità,» rispose Rhylee con calma ferma, senza un briciolo di condiscendenza. «Va a fare quello che va fatto per impedire che questo posto venga cancellato dalle mappe. E tu sai meglio di me che tuo zio non cederà quella pietra senza pretendere il suo peso in sangue o in compromessi.»

Cat lasciò sfuggire una risata breve, amara come la scorza di noce.

«Mio zio è un collezionista di mostri e di favori. E Xaden sa esattamente cosa aspettarsi. Non ha bisogno della tua pietà, Emerson. E nemmeno io.»

«Non ti sto offrendo pietà, Cordella. Non ne ho da sprecare per le beghe di corte,» replicò Rhylee, distendendo le dita contro il bordo di pietra gelata. «Ti sto solo dicendo che sembra che tu non dorma da tre giorni. E se cadi dal bastione mentre sei di turno con me, non ho alcuna intenzione di spiegare al consiglio perché ho lasciato che il vento spazzasse via la nostra migliore runologa.»

Cat serrò le labbra, voltando bruscamente il capo verso di lei per ribattere con la solita aggressività difensiva.

«Io non cado—»

Le parole le morirono in gola.

Per la prima volta da quando era salita sui bastioni, Cat la guardò davvero. I suoi occhi chiari scorsero il profilo di Rhylee, indugiando con un'esitazione quasi impercettibile sui lunghi capelli mossi che il vento le scompigliava attorno al viso pallido, ammorbidendo in modo quasi disarmante i lineamenti severi che la rider mostrava sempre al mondo.

Rhylee Emerson senza la sua treccia da parata sembrava meno un soldato scolpito nel marmo e più… una persona. Una donna della sua età, incredibilmente bella, con quegli occhi verdi attraversati da venature dorate che, nella penombra della notte, sembravano trattenere il calore di una brace soffocata.

«Ti sei dimenticata di legarti i capelli, Emerson?» mormorò Cat, recuperando un frammento del suo sarcasmo, anche se la voce le uscì meno sicura del previsto. «O è una nuova tattica psicologica dell'esercito di Navarre?»

«È notte fonda, fa un freddo cane e non avevo voglia di perdere dieci minuti con i lacci di cuoio,» rispose Rhylee, alzando un sopracciglio con quell'aria asciutta che non mancava mai di spiazzare l'avversario. «Hai intenzione di commentare la mia toeletta per le prossime tre ore o possiamo concordare i settori d'avvistamento?»

Cat scosse la testa con un moto d'insofferenza e si girò verso l'esterno delle mura, sollevando il mento.

Fu in quel preciso istante che la luce della torcia fissata alla parete della torretta illuminò per intero il lato destro del suo collo.

Rhylee si bloccò.

La sua colonna vertebrale si raddrizzò all'istante, cancellando ogni traccia di rilassatezza. L'aria attorno a lei parve improvvisamente farsi più densa, quasi solida.

Lì, proprio alla base del collo di Cat, appena sopra la clavicola e a meno di due centimetri dalla giugulare, c'era uno squarcio obliquo. Era profondo, con i margini irregolari e leggermente tumefatti, coperto solo da una crosta scura e rappresa di sangue secco che aveva macchiato il colletto della tunica. Ieri quella ferita non c'era.

*La stuoia d'addestramento,* calcolò Rhylee all'istante, la mente che passava al setaccio ogni singola sessione di combattimento corpo a corpo del pomeriggio. Qualcuno era andato a fondo. Qualcuno aveva allungato la lama con un'angolazione troppo stretta, troppo feroce, durante un'esercitazione con armi vive.

Un lampo improvviso di pura, viscerale furia le attraversò il petto come una scarica elettrica.

Non fu un pensiero razionale; fu un istinto cieco, brutale, primordiale. L'idea che qualcuno avesse portato una lama così vicina alla gola di Cat — che un singolo millimetro di deviazione, un riflesso imperfetto, un piede scivolato sulla paglia bagnata avrebbero potuto reciderle la carotide e soffocarla nel suo stesso sangue sul pavimento dell'arena — le serrò le viscere in una morsa di ferro.

Dentro di sé, in un angolo oscuro e pericoloso che non amava esplorare, Rhylee giurò che avrebbe scoperto chi teneva quel pugnale. E che avrebbe frantumato i polsi di quel bastardo sulla pietra d'addestramento fino a rendergli impossibile persino impugnare una forchetta per il resto dei suoi giorni.

*«Chi è stato?»*

La voce tellurica di Astraevyn si svegliò all'improvviso nei suoi pensieri, cupa e pesante come una roccia vulcanica che precipita in un abisso. La dragonessa, pur dormendo nella vallata, aveva percepito la variazione violenta della pressione emotiva della sua rider.

*«Dormi, Astra,»* ordinò Rhylee mentalmente, mentre il cuore le martellava con forza sorda contro le costole.

*«Quella ferita odora di metallo sporco. Puzza di disattenzione umana. Dì solo il nome e domani mattina l'arena sarà più pulita di un cadavere.»*

*«Ci penso io.»*

Rhylee si staccò dal parapetto. Non ci furono esitazioni, non ci furono parole di preavviso. Fece due passi lunghi e silenziosi, chiudendo la distanza tra loro prima che Cat potesse rendersene conto.

Con un movimento fluido e naturale, Rhylee allungò le mani e si scostò le ciocche scure che il vento le buttava sugli occhi, fermandole dietro le orecchie con gesti rapidi e precisi. Poi, senza chiedere il permesso, posò la mano sinistra sulla spalla di Cat e sollevò la destra verso la sua gola.

Cat sussultò violentemente, arretrando di mezzo passo con gli occhi spalancati, le dita che scattarono all'istante verso l'elsa del piccolo pugnale che portava al fianco.

«Che cazzo stai facendo, Emerson?!»

«Stai ferma,» ordinò Rhylee.

Non usò il tono marziale da ufficiale, né la freddezza sarcastica con cui la teneva a bada di solito. C'era un'intensità ruvida, quasi roca nella sua voce, un'urgenza che paralizzò la flier sul posto.

Prima che Cat potesse divincolarsi, la pressione dell'aria attorno alle sue spalle si fece improvvisamente solida, bloccandola contro la pietra della torretta con la delicatezza inesorabile di una parete invisibile. Non abbastanza da farle male, non abbastanza da toglierle il fiato; solo quanto bastava per impedirle di fuggire.

«Lasciami—»

«Ho detto di stare ferma, Cordella.»

I polpastrelli di Rhylee sfiorarono la pelle calda del collo di Cat. Erano dita callose, segnate dall'addestramento e dal gelo della notte, ma si mossero con una cautela millimetrica, scostando il colletto di cuoio ruvido per esporre per intero la ferita.

La pelle di Cat era bollente, in netto contrasto con l'aria ghiacciata dei bastioni, e sotto i polpastrelli di Rhylee il battito accelerato e irregolare della flier pulsava contro la carotide con la violenza di un uccello intrappolato.

Rhylee chinò leggermente il viso per esaminare lo squarcio alla luce della torcia.

Il taglio partiva dalla curva morbida sotto la mandibola e scendeva dritto fino alla fossetta della clavicola. I bordi erano arrossati, infiammati; non c'era traccia di pomata antisettica, né una runa di sigillatura, né tantomeno il marchio pulito di un guaritore. Quella testarda idiota si era limitata a pulire via il sangue superficiale con uno straccio e si era presentata al turno di notte come se niente fosse.

La mascella di Rhylee si serrò con tanta forza da farle dolere i muscoli facciali.

«Chi è stato?» domandò Rhylee a bassa voce. Il tono era apparentemente piatto, ma le venature dorate nei suoi occhi verdi brillavano di una luce feroce, famelica, pericolosamente vicina a quella del drago che riposava sotto di loro.

Cat cercò di sostenere il suo sguardo, stringendo i denti contro la morsa d'aria che le impediva di muoversi.

«Non sono affari tuoi. Togli quella dannata mano dal mio collo.»

«Chi. È. Stato.» scandì Rhylee, e stavolta l'aria attorno a loro vibrò leggermente, un ronzio impercettibile a bassa frequenza che fece increspare il tessuto delle loro giacche.

«È stato un errore durante le forme libere sulla stuoia!» sibilò Cat, la voce tesa per la rabbia e per la vicinanza soffocante della rider. «Un cadetto del terzo anno ha perso la presa sul manico. Capita. Non siamo a una scuola di ricamo.»

«Un errore?» La voce di Rhylee si incrinò impercettibilmente, tradendo per una frazione di secondo una crepa nel suo impeccabile controllo. Allungò il pollice, sfiorando con estrema cautela il lembo di pelle intatta a un millimetro dal margine sanguinante, sentendo Cat trattenere il respiro con un piccolo sussulto involontario. «Se quella lama avesse avuto tre millimetri in più d'affondo, Cordella, a quest'ora non saresti qui a fare la spavalda contro un muro. Saresti su un tavolo della camera mortuaria con un lenzuolo tirato fin sopra la testa, ad aspettare che qualcuno trovi il coraggio di spiegare a tuo zio perché sei tornata a Cordyn dentro una cassa di pino.»

Cat aprì la bocca per ribattere con una delle sue solite battute al vetriolo, ma le parole le si spensero sulla lingua.

Perché lo vide.

A meno di un palmo dal proprio viso, negli occhi di Rhylee Emerson — la rider invulnerabile, la figlia della disciplina di Navarre, la ragazza che non perdeva mai la calma — c'era un lampo inconfondibile di panico. Un panico freddo, trattenuto con i denti, ma così reale da togliere il fiato.

«E non sei andata dai guaritori,» continuò Rhylee, e la sua voce tornò a essere quella di un rimprovero tagliente, quasi furente, per mascherare quella frazione di secondo di debolezza. «Non ti sei fatta nemmeno dare un'occhiata. Ti sei messa una giacca pesante e sei salita a fare la ronda a dieci gradi sotto zero con una ferita aperta che rischia di andare in infezione prima dell'alba.»

«Non ho bisogno che i tuoi menders mi guardino dall'alto in basso come se fossi un cane randagio che elemosina cure!» ringhiò Cat, cercando disperatamente di riappropriarsi del proprio orgoglio, ma le sue spalle tremavano leggermente sotto il tocco fermo della rider. «Posso intessere una runa di cicatrizzazione da sola non appena finisce il turno!»

«Non puoi intessere un accidente di niente se ti viene la febbre da infezione a metà della notte, stupida ragazzina ostinata,» replicò Rhylee con una durezza che sembrava pietra scheggiata.

Senza rilasciare la presa invisibile che teneva Cat ferma, Rhylee infilò la mano libera nella tasca interna della propria giacca. Ne estrasse un piccolo barattolo di metallo scuro — quello stesso unguento astringente e disinfettante che portava sempre con sé per le emergenze di volo. Svito il coperchio con i denti, sputandolo con un gesto secco contro il parapetto, e intinse due dita nella pasta densa e ambrata.

Cat sgranò gli occhi, intuendo le sue intenzioni.

«Emerson, non osare—»

«Brucerà,» la interruppe Rhylee con freddezza spietata. «Cerca di non urlare. Sveglieresti la sentinella della torre sud e dovrai spiegargli perché una flier piange per un po' di corteccia di salice e argento purificato.»

Prima che Cat potesse sputare un altro insulto, Rhylee posò le dita impregnate d'unguento direttamente sul taglio.

Cat soffocò un grido dietro i denti serrati, inarcando la schiena contro la roccia. La testa le scattò all'indietro per il bruciore acuto, le unghie che si conficcarono istintivamente nel cuoio della giacca di Rhylee, afferrandola all'altezza del petto nel disperato tentativo di trovare un appiglio contro il dolore lancinante che le incendiava la carne viva.

Rhylee non si ritrasse. Rimase vicinissima, sentendo il respiro affannato e caldo di Cat infrangersi contro la propria clavicola, le dita dell'altra ragazza che le strappavano quasi le cuciture del giubbetto.

«Lo so,» mormorò Rhylee, e incredibilmente, in quelle due parole, la rabbia svanì, sostituita da una calma concentrata e sorprendentemente dolce. «Lo so. Respira.»

I polpastrelli di Rhylee lavorarono con una precisione chirurgica, stendendo il farmaco lungo tutta la linea dello squarcio, pulendo via i residui di sangue secco e forzando l'argento curativo all'interno dei margini tumefatti. Non sprecò un movimento. La sua mano era incredibilmente ferma, nonostante Cat tremasse visibilmente contro di lei, stringendo la presa sulla sua giacca fino a farsi sbiancare le nocche.

A poco a poco, il bruciore acido dell'unguento lasciò il posto a un intorpidimento freddo e lenitivo.

Cat allentò la presa sul cuoio di Rhylee, il petto che si alzava e si abbassava a ritmo concitato. Lentamente, la sua fronte scivolò in avanti, andando a posarsi per una frazione di secondo contro la spalla della rider, come se il peso di quella giornata — la notizia dello zio, la visita a Cordyn, la ferita ignorata e la solitudine ostinata in cui si era rinchiusa — fosse diventato improvvisamente troppo pesante da sostenere da sola.

Rhylee non si mosse. Rilasciò la pressione dell'aria con una lentezza impercettibile, lasciando che l'atmosfera attorno a loro tornasse naturale. Non allontanò la mano dal collo di Cat; lasciò che i polpastrelli indugiassero ancora per qualche battito di cuore sulla pelle calda, appena sotto la fasciatura invisibile creata dalla pomata, a rassicurarsi che quel polso continuasse a battere forte, costante e vivo.

«Domattina,» disse Rhylee a voce bassissima, così vicina all'orecchio di Cat che le ciocche scure e sciolte dei suoi capelli le sfiorarono la tempia, «andrai da un mender. E se non ci vai da sola, ti ci trascino io per la collottola davanti a tutta l'Ala. Ti è chiaro, Cordella?»

Cat sollevò lentamente la testa dalla spalla di Rhylee. I suoi occhi chiari erano lucidi per il dolore e per la rabbia, ma non c'era più odio in quello sguardo. C'era uno sconcerto profondo, fragile, una fessura spalancata nella sua corazza d'orgoglio che non sapeva come richiudere.

«Perché ti importa?» sussurrò Cat, e la sua voce suonò disarmata, priva di qualunque difesa sarcastica. «Io non ti piaccio. Non sono Violet. Non faccio parte della tua dannata cerchia.»

Rhylee sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. Le sue dita scivolarono finalmente via dal collo di Cat, ricadendo lungo il fianco, ma la vicinanza tra loro rimase pericolosa, quasi elettrica, nello spazio angusto del bastione.

«Sei nella mia squadra,» rispose Rhylee, ma la risposta suonò rigida, un riflesso militare che entrambe sapevano non essere più sufficiente a spiegare quello che era appena accaduto.

Rhylee fece un passo indietro, recuperando la distanza di sicurezza, e si passò una mano tra i capelli mossi che il vento continuava a sferzare, voltandosi di nuovo verso il baratro nero della vallata. Il suo pollice sinistro scattò contro l'anello d'argento, una, due volte, con un ritmo rapido e nervoso.

«E a me non piace perdere i pezzi della mia squadra prima ancora che la guerra cominci sul serio.»

Cat rimase appoggiata alla torretta, portando lentamente una mano al collo, dove l'unguento pulsava di un calore anestetico che le aveva tolto ogni traccia di bruciore. Fissò la schiena dritta di Rhylee, le spalle larghe modellate dal volo, la massa scura dei suoi capelli che danzava nel buio come un vessillo dimenticato.

«Il cadetto del terzo anno si chiama Brody,» disse Cat all'improvviso, a bassa voce, rompendo il silenzio del vento.

Rhylee non si voltò, ma i suoi occhi verdi scintillarono nell'oscurità come smeraldi bagnati d'oro.

«Brody,» ripeté Rhylee, imprimendosi quel nome a fuoco nella memoria con la fredda, metodica promessa di un'esecuzione rimandata solo di qualche ora. «Buono a sapersi.»

La notte sopra Aretia continuò a scorrere, gelida e immensa, ma sul camminamento di pietra, per la prima volta da quando i grifoni avevano posato le zampe sulla roccia dei draghi, il silenzio tra di loro non fu più fatto di muri invalicabili, bensì di un patto non scritto, fragile come una cicatrice fresca e pericoloso come una lama tenuta a tre millimetri dalla gola.

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