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Il riflesso delle scaglie

L’alba sulle montagne di Tyrrendor non portava calore, solo una luce grigia e metallica che faceva risaltare ogni spigolo della fortezza di Aretia.

Rhylee Emerson non bussò prima di entrare nell’infermeria scavata nella roccia dell’ala est. Si limitò a spingere il pesante battente di quercia, tenendo un passo cadenzato e irremovibile, assicurandosi che Catriona Cordella fosse esattamente davanti a lei, a distanza di presa.

Non c’era stato bisogno di legarla, ma la presenza costante di Rhylee — un’ombra silenziosa, alta e perfettamente dritta, che l’aveva aspettata fuori dal dormitorio dei flier prima ancora che il sole toccasse i picchi — era stata un promemoria sufficiente. Cat avanzava con la schiena rigida e il mento ostinatamente puntato in alto, ignorando con cura deliberata le due dita di spazio che la separavano dalla rider, ma la benda provvisoria che Rhylee le aveva applicato la notte prima era ancora lì, macchiata ai margini da un sottile alone scuro.

«Siediti,» ordinò Rhylee a bassa voce, indicando con un cenno del mento un lettino di cuoio libero vicino alla parete.

Cat si voltò di scatto, gli occhi dorati che scattavano come scintille di selce.

«So come funziona un’infermeria, Emerson. Non ho bisogno delle tue indicazioni logistiche.»

«Allora siediti prima che decida di farti sedere io cambiando la pressione sul tuo baricentro,» replicò Rhylee, senza scomporsi di un millimetro, le braccia incrociate al petto.

Cat strinse la mascella, ma si lasciò cadere sulla panca con un moto di stizza.

Un mender anziano, dai capelli brizzolati e la tunica macchiata di tinture officinali, si avvicinò asciugandosi le mani su un panno di lino. Ma prima che potesse persino posare lo sguardo sulla fasciatura di Cat, la porta dell’infermeria si spalancò con un tonfo secco che fece vibrare le fiale sugli scaffali di legno.

L’aria della stanza crollò di temperatura in una frazione di secondo.

Xaden Riorson varcò la soglia. Non stava camminando: avanzava con la pesantezza inesorabile di una tempesta notturna. Dietro di lui, Violet Sorrengail cercava di stargli al passo, il viso pallido e gli occhi spalancati per la preoccupazione.

«Fuori,» disse Xaden.

La sua voce non era un grido. Era un rombo basso, saturo di un potere così denso da far rizzare i peli sulle braccia di chiunque si trovasse nella stanza. Il guaritore non se lo fece ripetere due volte: chinò la testa e scivolò rapidamente verso l'uscita laterale, lasciando i quattro da soli.

Xaden si fermò a un metro dal lettino dove sedeva Cat. I suoi occhi erano neri come la pece, privi di qualsiasi traccia di luce, e lungo le pareti di pietra le ombre non si limitavano a essere proiettate: si allungavano, strisciavano sul pavimento, artigliando la roccia con movimenti scattosi e irregolari.

«Cosa diavolo significa?» ruggì Xaden, puntando un dito guantato contro il collo della flier. «Mi hanno appena riferito che sei arrivata qui con uno squarcio a mezzo pollice dalla carotide. Spiegamelo, Catriona. Adesso.»

Cat cercò di sostenere lo sguardo, ma le sue spalle si incurvarono impercettibilmente all’indietro.

«È stato un incidente durante le forme libere—»

«Un incidente?!» La voce di Xaden si alzò di un'ottava, carica di una furia fredda, calcolatrice e spaventosa. Le ombre alle sue spalle si sollevarono dal suolo come spire di fumo denso, agitandosi attorno al suo mantello. «La prossima settimana dobbiamo essere a Cordyn! Dobbiamo sederci al tavolo di tuo zio per implorare la Luminare, e io dovrei presentarmi al visconte Tecarus spiegandogli che sua nipote è stata sgozzata nel cortile d'addestramento della mia fortezza?!»

«Io non sono morta!» ribatté Cat, ma la sua voce vacillò, priva della solita arroganza tagliente.

«Per pura fortuna!» ringhiò Xaden, facendo un passo avanti. Le ombre si allungarono verso il lettino, serpeggiando attorno alle gambe di cuoio della ragazza come viticci oscuri pronti a soffocarla. «Tecarus non vede una flier, Cat! Non gliene frega un accidente delle tue abilità o della tua guerra! Per lui sei una principessa, una merce di scambio, l'erede di una linea di sangue che pretende di vedere intatta e protetta! Se arrivi a palazzo con una cicatrice fresca sulla gola o, peggio, dentro una bara, l’alleanza è morta prima ancora di cominciare! Tyrrendor brucerà, Poromiel brucerà, e tutto perché non sai parare un affondo sulla stuoia!»

La stanza tremò leggermente sotto la risonanza del suo potere.

E fu lì che Rhylee lo vide.

Cat non stava rispondendo con il suo solito sarcasmo. Le sue dita erano avvinghiate al bordo del lettino, le nocche completamente bianche, e nei suoi occhi chiari — quegli occhi che di solito non mostravano altro che disprezzo, calcolo e veleno — passò un lampo nitido, puro e viscerale di terrore. Cat era spaventata. Spaventata dalle ombre che le lambivano gli stivali, spaventata dalla furia dell'uomo che una volta era stato destinato a essere suo marito, spaventata dalla consapevolezza del proprio fallimento politico.

Accanto a Xaden, anche Violet aveva notato quel terrore. Aveva allungato una mano verso il braccio del wingleader, le labbra schiuse in un'espressione tesa.

Ma Rhylee fu più rapida.

Fece un passo secco in avanti, mettendosi fisicamente sul fianco di Cat, e l’aria tra Xaden e la flier si addensò all’istante in una barriera invisibile, dura come il diamante. Le ombre di Xaden si infransero contro il muro di pressione con un sibilo sordo, arretrando di qualche centimetro.

«Xaden. Basta,» disse Rhylee.

Il suo tono non era aggressivo, ma possedeva l'autorità tagliente e inflessibile di una stirpe di generali che non avevano mai abbassato lo sguardo davanti a nessun sovrano. Gli occhi verdi di Rhylee, accesi da anelli dorati incandescenti per via della pressione canalizzata, fissarono il wingleader con un avvertimento glaciale.

«Ritira le ombre. Subito.»

Xaden si bloccò. Il richiamo di Rhylee ebbe l’effetto di una secchiata d'acqua gelata sulla brace viva. Il wingleader batté le palpebre, distogliendo lo sguardo da Rhylee per posarlo sulla figura rannicchiata di Cat, notando finalmente il tremito sottile delle sue mani e il respiro corto che le scuoteva il petto.

Violet gli sfiorò il polso con delicatezza.

«Xaden... respira,» sussurrò Violet, con un tono che conteneva più fermezza che rimprovero.

Xaden espirò lentamente. Le ombre si acquietarono di colpo, ritirandosi verso i suoi piedi e svanendo nelle fessure della pavimentazione come acqua risucchiata dalla sabbia. La rigidità marziale delle sue spalle cedette, lasciando intravedere l'uomo esausto, schiacciato dal peso di mille responsabilità, che si nascondeva sotto la corazza da comandante.

Quando parlò di nuovo, la sua voce era radicalmente diversa. Bassa, controllata, quasi premurosa, priva di quella violenza tellurica che aveva saturato la stanza pochi istanti prima.

«Cat,» disse Xaden, sforzandosi visibilmente di addolcire i tratti duri del viso. Fece mezzo passo indietro per darle respiro. «Ascoltami. Nessuno ti sta togliendo il valore di ciò che fai qui. Ma Tecarus sta cercando qualsiasi scusa per far saltare l’accordo o per pretendere concessioni impossibili. Dobbiamo essere impeccabili. Tu devi essere viva e intera la prossima settimana, capisci cosa intendo?»

Cat deglutì a fatica, la gola che pulsava sotto la fasciatura. Ci mise diversi secondi a ricomporsi, a rimettere insieme i frammenti sparsi della sua maschera d'orgoglio, ma quando sollevò di nuovo il mento c'era ancora una debolezza residua nel suo sguardo.

«Capisco,» mormorò lei, con un filo di voce che tradiva quanto le costasse quella concessione.

Xaden annuì, lanciando un’occhiata rapida a Rhylee — un ringraziamento muto per averlo fermato prima che superasse il limite — prima di voltarsi verso la porta.

«Fatti rimettere insieme dal mender. Poi ti voglio a riposo fino a domani.»

Violet lanciò un'ultima occhiata a Cat, uno sguardo carico di una comprensione complessa e priva di rivalità, prima di seguire Xaden fuori dalla stanza.

Rhylee rimase ferma, rilasciando lentamente la tensione cinetica dell'aria. Un'emicrania sorda le bussò con violenza contro la tempia sinistra, il consueto tributo per aver compresso l'atmosfera contro una forza potente come le ombre di Xaden. Si toccò l'anello d'argento al pollice, muovendolo con dita lente e sovrappensiero.

I suoi occhi rimasero fissi su Cat, che ora si stava lentamente massaggiando i polsi, respirando a fondo per scacciare gli ultimi rimasugli di panico.

In quel silenzio, una realizzazione nitida e pesante colpì Rhylee.

Fino a quel momento, come tutti ad Aretia, aveva creduto che il rancore di Cat fosse figlio del rifiuto, della gelosia per Violet, della vanità ferita di una donna scartata. Ma guardandola adesso — vedendo il terrore autentico nei suoi occhi di fronte alle ombre di Xaden, ricordando la freddezza calcolata con cui parlava del loro contratto matrimoniale — Rhylee comprese la verità.

Cat Cordella non aveva mai amato Xaden Riorson. Nemmeno per un singolo giorno.

Non c'era cuore spezzato in quella storia, c'era solo un immenso, terrificante senso del dovere. Cat era stata disposta a legarsi a un uomo pericoloso, a un ribelle con un marchio sul collo e ombre nelle vene, solo ed esclusivamente per il suo popolo. Per garantire a Poromiel il ferro, le armi e i draghi di cui avevano disperatamente bisogno per non farsi sterminare dai venin. Aveva messo all'asta il proprio futuro, la propria vita e il proprio corpo per un'alleanza politica, e ora vedeva tutto quel sacrificio sgretolarsi sotto il peso di rivalità che non poteva controllare.

*«Non è una vipera,»* pensò Rhylee, sentendo un'amarezza improvvisa salirle alla bocca dello stomaco. *«È solo un soldato a cui hanno insegnato che l'unica arma a sua disposizione era vendersi al miglior offerente.»*

Un boato improvviso squarciò l'aria all'esterno.

Non era il rombo del tuono. Era il ruggito profondo, roco e cavernoso di un drago verde, carico di una collera millenaria che fece tremare le fondamenta stesse della fortezza. I vetri dell'infermeria vibrarono furiosamente.

*«Astraevyn,»* mormorò Rhylee tra sé, sentendo il legame mentale incendiarsi di una furia primordiale.

Dalla corteccia cerebrale le arrivò un'ondata di calore sulfureo e un'immagine vivida: scaglie verdi smeraldo che si gonfiavano, artigli che scavavano il selciato e una figura umana rannicchiata contro il muro delle scuderie.

*«Astra, che diavolo stai facendo?!»* gridò Rhylee nel legame.

*«Faccio pulizia. Quella larva puzza di ferro arrugginito e di colpa.»*

Brody.

Rhylee non ebbe bisogno di fare domande. Girò sui tacchi e si lanciò a passo di corsa fuori dall’infermeria, spalancando le porte. Dietro di lei, Cat scattò in piedi all'istante, ignorando il dolore al collo, e la seguì a precipizio lungo il corridoio di pietra.

Quando sbucarono nel grande cortile interno, il caos era totale.

Cadetti e flier si stavano ritirando verso i portici con grida concitate, mentre diverse guardie tenevano le lance sollevate ma immobili, terrorizzate all'idea di compiere un movimento falso.

Al centro del piazzale, Astraevyn occupava quasi tutto lo spazio disponibile. Le sue ali immense erano semi-aperte, proiettando una colossale ombra verde scuro sulle pietre, la coda spinata che frustava l'aria sollevando zolle di terra e polvere. La sua testa titanica, incoronata da corna ricurve e segnata da cicatrici secolari, era abbassata a meno di due metri da terra.

Sotto le sue fauci socchiuse, da cui colava una bava densa mista a fili di fumo denso e azzurrognolo, c'era un ragazzo. Indossava la divisa dei flier del terzo anno, la schiena premuta disperatamente contro la parete di granito, il viso sbiancato dal terrore puro: Brody.

Il petto del drago si stava espandendo ritmicamente, le scaglie ventrali che brillavano di un bagliore arancione cupo. Stava preparando la fiamma.

Cat superò Rhylee di corsa, riconoscendo la figura del ragazzo.

«Brody!» urlò la flier, la voce strozzata dal panico. Si voltò verso Xaden, che era appena sbucato dal corpo di guardia con Violet al seguito. «Xaden, fermala! È Brody! Lo sta per ammazzare!»

Ma Xaden era troppo lontano, e nessun wingleader poteva impartire ordini a un drago che non fosse il proprio.

Rhylee non urlò. Non perse tempo a supplicare.

Scattò in avanti a una velocità impressionante, accorciando la distanza con passi lunghi e precisi. Quando fu a dieci metri dalla bestia, canalizzò tutto il potere che il suo corpo poteva sopportare in quel momento.

L'aria tra la gola di Astraevyn e il cadetto collassò in un muro di pressione iper-densa, un cuscino atmosferico così solido da bloccare persino la fuoriuscita del fumo. Nello stesso identico secondo, Rhylee si infilò letteralmente nello spazio stretto tra le zanne del suo drago e il ragazzo rannicchiato al muro.

«Astraevyn, FERMATI!»

La voce di Rhylee tagliò il piazzale con la forza di una frustata d'acciaio. La rider si piantò a gambe divaricate, la schiena rivolta a Brody per fargli da scudo e il braccio destro teso verso l'immenso muso verde smeraldo, a pochi centimetri dalle narici fumanti della dragonessa.

Astraevyn ruggì di frustrazione, un suono che spazzò via la ghiaia dal cortile e fece rimbombare il torace di Rhylee. Il getto di fiamma le morì in gola, soffocato dal blocco di pressione imposto dalla sua stessa cavaliere. Gli occhi dorati del drago, con le pupille verticali e feroci, si fissarono su Rhylee con indignazione cosmica.

*«Spostati, femmina! Quel moscerino ha osato toccare ciò che è tuo!»* ruggì la mente antica di Astraevyn.

*«Non è mio un bel niente, e tu non incenerirai un alleato nel nostro cortile!»* ribatté Rhylee a denti stretti, il sangue che cominciava a colarle caldo e sottile dalla narice destra, mentre una fitta atroce le trapassava il cranio per via del potere sostenuto. *«Trattieni il fuoco. È un ordine!»*

Poco più indietro, il cortile esplose di nuovo.

Cat si era lanciata in avanti, incurante del mostro di trenta tonnellate che torreggiava al centro del cortile.

«Lascialo andare!» gridava Cat, gli occhi accecati da una furia disperata, cercando di farsi strada verso Rhylee e Brody. «È stato un incidente! È uno dei nostri!»

«Cat, no! Fermati!» urlò Violet, scattando per afferrarla.

Violet e Ridoc riuscirono a bloccarla per le braccia appena in tempo, prima che la flier entrasse nel raggio d'azione della coda di Astraevyn. Cat si divincolò con violenza inaudita, scalciando, cercando di mordere e strappare la presa dei due rider.

«Mollatemi! Non lo toccherà! Non permetterò che lo bruci per colpa mia!» gridò Cat, la voce rotta da un'angoscia così pura e disinteressata da lasciare tutti senza fiato. Non c'era traccia della nobile di corte, non c'era traccia della rivale gelosa: c'era solo una ragazza pronta a gettarsi tra le fauci di un drago per salvare uno dei suoi compagni.

Astraevyn mosse leggermente la testa titanica.

Il suo occhio destro, enorme e dorato come un sole morente, si staccò da Brody e si posò su Catriona Cordella, che si dibatteva tra le braccia di Violet e Ridoc con le lacrime di rabbia agli occhi.

Il silenzio calò sul cortile, rotto solo dal respiro sibilante del drago.

Rhylee, ansimando per lo sforzo di mantenere il blocco di pressione, non abbassò il braccio. Sentiva i battiti cardiaci della sua dragonessa attraverso il legame, sentiva il cambio repentino e sconcertante delle sue intenzioni.

*«Quella vipera...»* mormorò Astraevyn internamente, la voce improvvisamente priva di furia omicida, carica invece di una sorpresa solenne e curiosa. *«Non sta scappando. Vuole combattermi per quel moscerino.»*

*«Te l'ho detto che è leale,»* pensò Rhylee, mentre una goccia di sangue le cadeva dal mento sulla giacca. *«Rilascia il respiro, Astra. Per favore.»*

Astraevyn esalò una lunga folata d'aria calda che profumava di zolfo e roccia bruciata, dissolvendo ogni traccia di fiamma residua. Rhylee sciolse la barriera d'aria con un sussulto, barcollando appena sulle gambe per le vertigini, ma Brody non si mosse, scivolando a terra svenuto per il terrore scampato.

La dragonessa ignorò del tutto il cadetto a terra.

Con un movimento lento, pesante e maestoso che fece tremare il selciato sotto gli stivali di tutti i presenti, Astraevyn voltò l'immenso corpo. Avanzò di tre passi verso il gruppo.

Violet e Ridoc congelarono all'istante, le dita ancora aggrappate all'uniforme di Cat. Ma Cat, sentendo la bestia avvicinarsi, smise improvvisamente di divincolarsi. Si raddrizzò, ansimando, il mento sollevato nonostante la fasciatura al collo le tirasse dolorosamente la pelle.

Astraevyn non aprì le fauci. Non ringhiò.

Invece, piegò il lungo collo squamato verso il basso, portando il proprio muso massiccio — grande quanto l'intero corpo di un essere umano — a livello del terreno, avanzando lentamente fino a trovarsi a meno di due spanne dal petto di Cat.

Nessuno osava respirare. Xaden aveva una mano sull'elsa della lama, gli occhi ridotti a due fessure allarmate; Violet tratteneva il fiato.

Un drago che si avvicinava a quel modo a un umano che non fosse il suo rider significava una sola cosa: esecuzione immediata.

Ma Astraevyn rimase immobile. Il suo alito caldo scompigliò le ciocche chiare di Cat, accarezzandole il viso con l'odore aspro dell'ozono montano. La dragonessa chiuse per metà la palpebra traslucida, emettendo un suono profondo, vibrante, simile al fusa cavernoso di un enorme felino: una vibrazione tellurica che fece tremare le ossa di chiunque si trovasse nel raggio di dieci metri.

Era un riconoscimento.

Cat guardò la massa imponente di scaglie smeraldine davanti a sé. La paura che aveva mostrato nell'infermeria era completamente svanita, sostituita da una meraviglia muta, reverenziale e incredibilmente coraggiosa.

Molto lentamente, senza staccare gli occhi da quelli d'oro della bestia, Cat sollevò la mano destra.

Violet e Ridoc allentarono la presa, troppo sbalorditi persino per cercare di trattenerla.

I polpastrelli di Cat, sottili e segnati dal lavoro con le rune, si allungarono tremando leggermente nell'aria gelida. Con una delicatezza infinita, posò il palmo aperto contro la curva morbida della narice di Astraevyn, proprio dove le scaglie verdi cedevano il passo a una pelle più scura e levigata.

Un brivido scosse il collo del drago, ma Astraevyn non si ritrasse. Al contrario, premette impercettibilmente il muso contro quel tocco umano, accettando il contatto con una calma solenne che sfidava ogni legge millenaria di Navarre e Poromiel.

Nel cortile calò un silenzio surreale. I rider rimasero a bocca aperta, le guardie abbassarono le lance senza nemmeno rendersene conto. Nessun drago adulto della stirpe dei verdi aveva mai permesso a un estraneo — e tantomeno a un flier — di toccargli le scaglie senza ridurlo in polvere all'istante.

Rhylee, rimasta qualche passo indietro con la mano premuta contro la tempia pulsante, guardò la scena.

Il sangue le colava ancora piano sul labbro superiore, ma per la prima volta quel giorno non sentiva il peso dell'emicrania. Fissò Cat, la piccola figura avvolta nel cuoio scuro con la mano poggiata sulla creatura più letale della fortezza, e sentì qualcosa incrinarsi definitivamente dentro il proprio petto. Una barriera invisibile che si sgretolava, lasciando spazio a una consapevolezza calda, pericolosa e irreversibile.

Astraevyn sollevò lentamente il capo, lanciando a Cat un'ultima occhiata d'intesa regale prima di voltarsi e dirigersi verso la sporgenza rocciosa della vallata per spiccare il volo, lasciando dietro di sé una scia di vento e silenzio.

Cat rimase lì, con il braccio ancora a mezz'aria, il respiro che le si congelava sulle labbra in piccole nuvole bianche. Poi voltò lentamente la testa verso Rhylee.

I loro sguardi si incrociarono attraverso lo spazio vuoto del cortile.

Negli occhi dorati di Cat c'era una gratitudine muta, priva di orgoglio e carica di un rispetto nuovo, fragile e assoluto. E negli occhi verdi di Rhylee, orlati di quell'oro feroce che ancora si rifiutava di spegnersi, Cat lesse la risposta che nessuna delle due avrebbe mai avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce: *Non permetterò a nessuno di farti del male. Nemmeno a me stessa.*

Rhylee si passò il dorso del guanto sotto il naso, pulendo via la traccia rossa di sangue, e fece un piccolo cenno con la testa.

Poi, senza dire una sola parola, girò i tacchi e si avviò verso le scale dell'armeria, con la spina dorsale dritta e il passo sicuro di chi aveva appena riscritto le regole di una guerra che non avevano ancora nemmeno cominciato a combattere.

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