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Trame d'oro e spine
Il palazzo di Cordyn non aveva nulla della severa, frugale imponenza di Aretia. Là dove la roccia di Tyrrendor trasudava disciplina e resistenza, la dimora del visconte Tecarus ostentava un lusso quasi osceno, intriso del profumo dolciastro di gelsomino notturno, oli di cedro e spezie d’oltremare. Era una gabbia dorata, magnifica e soffocante, costruita per disarmare i guerrieri ancor prima che potessero sfoderare le loro lame.
Il viaggio verso la costa meridionale era durato gran parte della mattinata. Poche parole erano state scambiate sul dorso delle cavalcature, e ancora meno durante l’arrivo: Xaden e Violet si erano ritirati subito nella vecchia ala del palazzo, la stessa che un tempo ospitava il wingleader durante i suoi soggiorni diplomatici, mentre Cat aveva guidato Rhylee lungo un corridoio silenzioso lastricato di marmo bianco e venature di diaspro, indicandole una camera ampia e luminosa.
Proprio di fronte alla sua.
Nessun commento acido, nessuna delle solite frecciate velenose. Solo una porta che si era chiusa con un cigolio ovattato e sette ore di riposo forzato, trascorse a fissare soffitti affrescati nel tentativo inutile di scacciare la tensione che si era accumulata nei muscoli.
Per un’intera settimana, dopo l’episodio nel cortile con Brody e Astraevyn, Rhylee e Cat non si erano rivolte la parola. Si erano studiate, quello sì: sguardi fugaci ma taglienti come schegge d’ossidiana incrociati nei refettori, pause millimetriche lungo i camminamenti di guardia, occhiate pesanti scambiate sopra i tavoli dell'armeria. Eppure, ogni volta che la distanza tra loro rischiava di ridursi a meno di cinque passi, una delle due trovava una scusa impeccabile per voltare i tacchi e sparire.
Fino a quella sera. Perché la cena con Tecarus non consentiva scuse, né armature di cuoio sotto cui nascondersi.
Rhylee si osservò nell’immenso specchio a figura intera incorniciato di bronzo dorato, espirando lentamente per abituare i polmoni alla stretta implacabile del corsetto. Indossare un abito da cerimonia dopo mesi di cuoio, cinghie da volo e pugnali da lancio era una sensazione aliena, quasi disorientante. Ma la famiglia Emerson non si presentava a una corte straniera chiedendo clemenza; si presentava reclamando rispetto.
L’abito che aveva scelto era un capolavoro di sartoria navarriana, lungo fino a terra, tagliato in una stoffa fluida e sontuosa che oscillava in modo ipnotico tra il rosa cipria, il rosa antico e il cupo rosso borgogna. Il bustino, privo di spalline, si apriva in una scollatura a cuore molto pronunciata che lasciava scoperte le clavicole e l’inizio del décolleté con un’eleganza audace e perentoria. La struttura del corsetto era rigida, modellata con ferocia millimetrica sul suo busto atletico: il tessuto di base, semi-trasparente, era quasi del tutto eclissato da una fitta costellazione di microperline, cristalli, paillettes e ricami tridimensionali nei toni scuri del vino e del lampone.
Lungo la scollatura correva una bordatura fitta e scintillante, mentre al centro del busto, appena sotto il seno, sbocciava un grande motivo ornamentale a stella dal quale partivano linee sottili di cristalli che risalivano verso l’alto e scendevano verso i fianchi.
Particolarissime erano le maniche scese: non maniche nel senso convenzionale del termine, ma strutture leggere di tessuto e gioielli che partivano dai lati del bustino e scendevano lungo la parte superiore delle braccia, arricchite da frange sottili di perline che terminavano con piccoli elementi pendenti, muovendosi a ogni respiro come veri e propri gioielli adagiati sulla pelle bruna.
La vita, serrata fino a sembrare irreale, si apriva gradualmente sui fianchi, sottolineata da una cintura gioiello a V formata da fili di perline e pietre dure che convergevano verso il centro. La gonna scendeva in strati sovrapposti di tulle e stoffa trasparente, densamente ricamata da motivi floreali e arabeschi verticali che sfumavano verso il basso, allungandosi sul pavimento lucido in un piccolo, aristocratico strascico.
Rhylee si passò le dita tra i capelli. Aveva rinunciato alla treccia; la massa scura, fitta e naturalmente mossa dei suoi capelli le ricadeva completamente sciolta oltre le spalle nude, creando un contrasto quasi brutale con la magnificenza preziosa del tessuto rosa e vino.
Un’occhiata alla pendola d’argento: mancavano venti minuti al rintocco dell'adunata per il banchetto.
Rhylee rimase ferma per un istante, il pollice sinistro che cercava istintivamente l’anello d’argento. Poi, violando scientemente ogni regola di cautela, orgoglio e buonsenso militare che si era autoimposta negli ultimi sette giorni, si voltò, aprì la pesante porta della sua stanza, attraversò i quattro passi del corridoio di marmo e bussò due volte alla porta di Cat.
Nessuna risposta. Solo un fruscio frettoloso di seta e un respiro corto.
Rhylee spinse il battente ed entrò.
La stanza di Cat era immersa nella penombra dorata di una mezza dozzina di candele di cera d’api. La prima cosa che Rhylee notò fu l'assenza totale delle ancelle: Cat le aveva chiaramente cacciate tutte, preferendo lottare da sola contro le proprie vesti piuttosto che permettere a una serva di Tecarus di vederla disarmata.
La seconda cosa fu Cat stessa.
La flier era in piedi davanti a un tavolo da toletta, di spalle, con le braccia sollevate all’indietro in un vano tentativo di raggiungere le chiusure posteriori del proprio abito.
Rhylee si fermò sulla soglia, dimenticando per una frazione di secondo di rilasciare il respiro.
L’abito di Cat era una colata di metallo prezioso: un vestito lungo, aderentissimo, in una sfumatura arancio intenso che virava prepotentemente all’oro puro. A differenza della trasparenza stratificata dell’abito di Rhylee, quello di Cat era compatto, opaco, interamente ricoperto da perline, cristalli e microscopiche lamine metalliche che non lasciavano intravedere un solo millimetro del tessuto sottostante. La superficie brillava di una luce calda e liquida, scandita da motivi geometrici e arabeschi dorati che seguivano con precisione millimetrica ogni curva della sua silhouette.
Il bustino, anch'esso strutturato con una scollatura a cuore profonda e affilata, stringeva otticamente il punto vita con cerchi concentrici di perline, proseguendo in una gonna implacabilmente fasciante che scendeva fino all'orlo senza concedere volume, quasi una sirena d'oro massiccio e pietre intessute. Due spalline sottilissime, quasi invisibili tra le trame dorate, lasciavano interamente scoperte le spalle dritte della ragazza.
Ma l’abito, al momento, era completamente aperto sulla schiena.
Due ali di tessuto rigido pendevano ai lati, lasciando a nudo la pelle diafana di Cat dalla nuca fino all'incavo dei lombi. E proprio lì, appena sopra la scapola destra, spiccava la linea rosa e sottile dello squarcio lasciato dalla lama di Brody: rimarginato grazie alle cure del mender, ma ancora vivo, ancora presente.
Cat sobbalzò al rumore dei passi, voltando il capo di scatto con gli occhi chiari sgranati. Non c'era la solita scintilla di velenoso sarcasmo nel suo sguardo; c'era un'inquietudine palpabile, una tensione nervosa che le serrava le labbra in una piega sottile.
«Sei in anticipo, Emerson,» mormorò Cat, la voce insolitamente priva di aculei, mentre abbassava le braccia esausta.
Rhylee richiuse la porta alle proprie spalle senza distogliere lo sguardo da lei. Il fruscio del suo strascico sul marmo fu l'unico suono a rompere il silenzio.
«Le dame di corte di tuo zio ti stavano antipatiche?» domandò Rhylee con voce bassa, avanzando a passi lenti e misurati.
«Non voglio le spie di Tecarus addosso prima ancora di essermi seduta al suo tavolo,» rispose Cat con amarezza, fissando il riflesso di Rhylee nello specchio. «E queste dannate chiusure poromieliche sono state progettate da un torturatore.»
Rhylee si fermò a mezzo passo da lei. Sentiva il profumo di Cat: non più gli oli da corte usati per mascherare la diffidenza ad Aretia, ma una fragranza più pulita, fiorita e pungente, mista all'odore metallico delle perline d'oro. Anche Cat aveva i capelli sciolti: lunghe onde biondo-cenere che le sfioravano la vita nuda.
Rhylee sentì un formicolio improvviso e del tutto irrazionale ai polpastrelli. Per un istante assurdo, pericoloso, le sue dita bramarono di allungarsi e affondare in quella massa dorata, di scostarla per scoprire del tutto l’attaccatura del collo. *È solo l'ansia per la cena,* si disse subito Rhylee con freddezza metodica, ricacciando l'impulso nelle profondità del proprio rigore. *È l'odore di questa corte marcia che mi disturba i sensi.*
«Sei pronta per stasera?» chiese invece Rhylee, e il suo tono perse ogni traccia di formalità, facendosi ruvido e concreto. «Te la senti di affrontare Tecarus?»
Cat abbassò per un secondo le palpebre, deglutendo a fatica. Era una concessione di fragilità così rara che l'aria nella stanza sembrò tremare.
«Non ho molta scelta, vero? Se fallisco qui, ho fallito tutto.»
Rhylee non rispose con le parole. Sollevò le mani e posò i polpastrelli sui lembi aperti dell’abito dorato di Cat.
Al contatto con la stoffa fredda e la pelle rovente della ragazza, Cat sussultò. La sua spina dorsale si inarcò impercettibilmente all’indietro, un movimento minimo e del tutto involontario che spinse la sua schiena contro le nocche di Rhylee.
Rhylee rimase immobile per un battito di ciglia, registrando il calore che irradiava dal corpo della flier. Poi, con una lentezza metodica e le mani callose ma sorprendentemente delicate, cominciò a unire i ganci nascosti, risalendo dalla base dei fianchi verso l'alto.
A ogni gancio che scattava al suo posto, le dita di Rhylee sfioravano la pelle nuda di Cat lungo la linea della colonna vertebrale. A ogni tocco, un brivido sottile scuoteva le spalle della flier, ma Cat non si ritrasse. Rimase lì, immobile, gli occhi fissi sul proprio riflesso nello specchio, osservando con il respiro sospeso le mani della rider di Navarre che le chiudevano l'armatura d'oro addosso.
Arrivata all'altezza della scapola, Rhylee sfiorò la cicatrice fresca con la punta dell'indice. Una carezza involontaria, durata meno di un secondo, prima di chiudere l'ultimo fermaglio alla base della nuca.
L'abito adesso fasciava Cat come una seconda pelle, splendido e spietato.
Rhylee non fece subito un passo indietro. Con un gesto spontaneo, guidato da una confidenza silenziosa che nessuna delle due avrebbe saputo spiegare, posò entrambe le mani sui fianchi di Cat, sagomati dalla stoffa metallica. Premette leggermente le dita, un ancoraggio saldo e terreno, come a dirle: *Sei qui. Sei intera.*
Cat espirò un sospiro lungo, quasi tremante, appoggiando per un millesimo di secondo il proprio peso contro quella presa. Poi, lentamente, Rhylee fece scivolare via le mani, lasciando che le braccia ricadessero lungo i propri fianchi fasciati di rosa antico.
Cat si voltò.
Il movimento dell'abito dorato produsse un suono simile a una cascata di minuscole monete d'oro. Quando i suoi occhi chiari incontrarono quelli verdi di Rhylee, la distanza tra i loro corpi era ridotta a meno di una spanna.
Rhylee era più alta, maestosa nella scollatura sontuosa e nelle maniche ingioiellate che le ricadevano sulle braccia scure, ma Cat la sostenne senza abbassare il mento. Eppure, non c'era sfida nel suo viso; c'era un'intensità soffocante, una domanda muta che galleggiava a mezz'aria.
«Volevo parlarti,» esordì Rhylee, e la sua voce bassa scivolò nell'intimità della stanza come velluto scuro. «Di quello che è successo la scorsa settimana. Nel cortile.»
Le labbra di Cat si schiusero appena.
«Rhylee—»
«Ti sei messa in mezzo tra un drago adulto infuriato e la sua preda,» continuò Rhylee, tagliando corto con fermezza, senza arretrare di un solo millimetro. Le venature dorate attorno alle sue pupille scintillarono alla luce delle candele. «Non so se tu ti renda conto di cosa significhi. Astraevyn non è un cucciolo, non è una bestia ammaestrata. È antica, è territoriale e odia gli umani con una passione metodica.» Fece una pausa, e per la prima volta la sua voce si incrinò di un'onestà nuda, disarmante. «Ero terrorizzata, Cat. In quel momento, ho pensato sul serio che saresti morta prima ancora che potessi fermarla.»
Cat la fissò. Il suo petto saliva e scendeva contro il corsetto d'oro a un ritmo accelerato.
«Brody è uno di noi,» mormorò la flier, con le labbra che tremavano leggermente. «Non potevo lasciarlo bruciare.»
«Lo so,» rispose Rhylee, e un angolo della sua bocca morbida ebbe un fremito amaro. «L'ho capito. Ma quello che ancora non riesco a spiegarmi... è come diavolo tu abbia fatto a farla fidare.»
Rhylee scosse la testa con una meraviglia quasi riluttante, i capelli scuri che le scivolarono oltre la spalla nuda.
«Astraevyn non si fa toccare da nessuno. Nemmeno dai rider più anziani dell'Ala. Ti avrebbe dovuta staccare un braccio con un morso, e invece ha abbassato il muso. Ha accettato il tuo tocco.»
Cat deglutì, lo sguardo fisso negli occhi di Rhylee.
«Forse il tuo drago è semplicemente meno ottuso della sua cavaliere,» sussurrò Cat, e benché le parole cercassero di ricalcare una vecchia provocazione, il tono uscì morbido, quasi carezzevole, privo di qualsiasi veleno.
«Forse,» concesse Rhylee, a voce così bassa che il suono fu poco più di un respiro condiviso.
Nessuna delle due si mosse.
Erano lì, a una manciata di centimetri l'una dall'altra: oro fuso e seta vinaccia, luce tagliente e ombra impenetrabile. L'aria tra di loro non era compressa dal signet di Rhylee, ma era comunque densa, satura di un calore che faceva bruciare la pelle e rendeva difficile riempire i polmoni.
Lo sguardo di Rhylee scivolò lentamente verso il basso.
Indugiò sulla curva morbida e dipinta delle labbra di Cat, indugiò sul modo in cui quel respiro spezzato le sfiorava la clavicola scoperta. Per un secondo interminabile, un pensiero selvaggio e nitido le attraversò la mente: fare quel mezzo passo che mancava, annullare l'ultimo confine, piegare la testa e sentire se quelle labbra sapevano della stessa ferocia che Cat metteva nelle sue battaglie.
Cat non abbassò lo sguardo. Sentì quegli occhi verdi posarsi sulla propria bocca; sentì il mutamento dell'atmosfera, il pericolo dolce e improvviso che vibrava tra i loro corpi. Le sue dita si contrassero lungo le cosce, afferrando impercettibilmente la stoffa perlinata del proprio vestito.
Poi, Rhylee rialzò lentamente gli occhi.
Il momento di vulnerabilità fu spazzato via con la velocità di una raffica di vento montano. Nei suoi occhi verdi tornò a brillare quella luce feroce, arrogante e calcolata che Cat conosceva fin troppo bene: la sfida, la promessa, il terreno di scontro su cui entrambe sapevano esattamente come muoversi.
Un mezzo sorriso, affilato e splendido, curvò le labbra di Rhylee.
«Cerca di non farti ammazzare durante il primo brindisi, Cordella,» disse Rhylee con un sussurro provocatorio, inclinandosi appena in avanti prima di fare un passo indietro, rompendo finalmente l'incantesimo. «Sarebbe un vero spreco per un abito così bello.»
Senza attendere la replica che sapeva sarebbe arrivata, Rhylee girò sui tacchi, lasciando che lo strascico color borgogna frusciasse maestoso sul pavimento, e varcò la soglia della stanza.
Cat rimase immobile al centro della penombra, una mano posata sul proprio petto che batteva all'impazzata contro le perline d'oro, mentre il fantasma delle dita di Rhylee continuava a bruciarle sulla schiena nuda.